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Monday, 15 February 2010

banca islamica: settore piu redditizio della finanza

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http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6764

http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=19604

see also:
http://arthurzbygniew.blogspot.com/2008/10/us-financial-system-viewed-from-riyadh.html

FINANZA ISLAMICA

A CURA DI GIOVANNA CANZANO
politicamentecorretto.com

Intevista a Stefano M. Masullo*

…“una volta risolti i problemi di carattere fiscale e normativo, il nostro paese potrà svolgere un ruolo centrale nel mediterraneo. L'Italia, infatti, oltre ad avere una bilancia commerciale di svariati miliardi di dollari con i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, svolge un ruolo chiave nel dialogo euro-arabo, rappresentando il paese del G7 più vicino al mondo arabo. L'interesse verso la finanza islamica si pone, dunque, come una questione di posizionamento strategico-politico, anche in relazione alla nascita dell'Unione per il Mediterraneo che punta a coinvolgere economicamente i quarantatre paesi del mediterraneo meridionale e orientale, attraverso la loro cooperazione in specifiche attività pubbliche e private”… (Stefano M . Masullo)

Nell’attuale panorama economico e finanziario internazionale che ruolo può giocare l’introduzione dell’islamic banking?

MASULLO - In una prospettiva di sviluppo di lungo periodo può giocare un ruolo chiave l’introduzione dell’islamic banking, il settore più redditizio di tutto lo scenario finanziario internazionale che, grazie al suo costante collegamento con l’economia reale, sembra offrire una valida alternativa in termini di stabilità all’eccessiva finanziarizzazione odierna o meglio, allo scollamento creatosi tra attività finanziaria e legale, causa ed effetto della crisi.

Quale è il messaggio alternativo della finanza islamica?

MASULLO - Il messaggio alternativo della finanza islamica deriva dalla forte dipendenza dai testi sacri e dalla loro notevole influenza sul diritto. L’islam, pur riconoscendo l’opportunità di una crescita del valore della moneta nel tempo, ne vieta la sua realizzazione nel prestito permettendola solo come parte integrante di una transazione reale. Rifuggendo l’interesse, il mondo islamico basa il sistema finanziario sul concetto della Shirkah, ossia la condivisione dei profitti e delle perdite di qualsiasi attività imprenditoriale. Tecnica, questa, accreditata in letteratura per avere effetti particolarmente positivi sugli aggregati dell’economia reale, sullo sviluppo e sulla distribuzione del reddito. Tali caratteristiche portano le istituzioni finanziarie Sharia-compliant ad allontanarsi dalla figura di “debt holder” propria del modello convenzionale, per avvicinarsi di più a quella di “equity investor”, spingendole così ad assumere caratteristiche più simili alle merchant bank. Le peculiarità del sistema islamico richiedono uno sforzo maggiore verso l’armonizzazione degli standard prudenziali e di vigilanza, al fine di limitare gli arbitraggi regolamentari e assicurare regole minime comuni su cui fondare l’ordinato funzionamento del sistema finanziario globale. Al riguardo, sembra auspicabile una estensione al sistema tradizionale di alcuni comportamenti tipici del sistema islamico.

Come opera l’islamic banking nello scenario internazionale?

MASULLO - Nello scenario internazionale, l’islamic banking si presenta con caratteristiche diverse nei vari paesi in cui è operativo, in base al grado di islamizzazione del sistema finanziario ritenuto opportuno dai rispettivi governi. Al riguardo, nella maggior parte delle esperienze nazionali, si è optato per un sistema di dual-banking, in cui i due differenti sistemi finanziari condividono lo stesso ambiente macroeconomico con interessanti reciproche interdipendenze. In una prospettiva di lungo periodo, gli oltre quindici milioni di musulmani presenti sul territorio europeo, la forte liquidità a disposizione dei paesi arabi e la risposta molto positiva dell’islamic banking alle recenti crisi rendono lo sviluppo della finanza islamica una necessità anche per il vecchio continente. La situazione europea vede il persistere del ruolo di Londra come mercato occidentale leader del settore, ma altre importanti iniziative si registrano in paesi come Francia e Italia.

Anche in Italia si iniziano a valutare le enormi opportunità che offre il settore islamico?

MASULLO - Il nostro paese sembra iniziare a prendere coscienza delle enormi opportunità che l’implementazione del settore islamico offre, soprattutto da un punto di vista strategico-politico, alla luce della recente nascita dell’Unione per il Mediterraneo, potenzialmente foriera di eccezionali possibilità cooperative per l’asse italo-arabo.

La finanza islamica ha una stretta dipendenza dai testi sacri?

MASULLO - La cornice di riferimento dell’etica commerciale islamica, è infatti, da un millennio la Sharia, termine arabo usato per indicare la legge divina contenuta nel Corano e nella Sunna. Il Corano contiene l’insieme delle rivelazioni che il Profeta Maometto afferma di aver ricevuto quattordici secoli fa da Allah ed è destinato ad ogni uomo sulla terra a prescindere dalla sua fede religiosa. La Sunna, invece, seconda fonte della legge islamica, è costituita dagli atti e dai detti del Profeta, trasmessi negli Hadith. Nell’analisi delle fonti religiose, un ruolo centrale è quello del Fiqh, la giurisprudenza islamica, che permette una lettura appropriata ed una corretta interpretazione della volontà divina. Sembra evidente a questo punto, come risulti difficile gestire l’islamic banking solo con le leggi del sistema bancario-finanziario capitalistico, troppo lontano dal preciso utilizzo del denaro dettato dalla legge coranica. Nei paesi in cui la Sharia è legge di stato, come in Iran, Sudan, Pakistan, si è giunti alla completa islamizzazione del sistema bancario, con la scomparsa delle banche convenzionali. Negli altri paesi a maggioranza musulmana, invece, i due tipi di istituti bancari convivono in un esempio di dual banking. In realtà, la legge cranica nell’enunciare i principi economici, si presta a varie interpretazioni critiche dei testi sacri, lasciando spazio ai differenti punti di vista delle diverse scuole di pensiero.

I cinque pilastri dell’Islam fondamenta della fede islamica, sono condivisi in tutta la popolazione musulmana?

MASULLO - Il primo pilastro dell’Islam è rappresentato dalla proibizione del prestito a interesse legato al fattore temporale, Riba, che, equiparato all’usura, è visto alla stregua di uno sfruttamento e un’ingiustizia. Queste stesse restrizioni hanno operato per secoli anche nel cristianesimo, per poi gradualmente piegarsi alla pressione dei riformisti e ai bisogni del commercio. La Riba rappresenta, comunque, solo il primo dei cinque principi base islamici, che influiscono direttamente sulla vita quotidiana della popolazione musulmana vietando alcuni comportamenti, con conseguenze notevoli anche sulle pratiche economiche. Le altre limitazioni riguardano il divieto di intraprendere iniziative Gharar, attività con alla base una irragionevole incertezza; Maisir, molto simile alla speculazione; Haram, attività in settori esplicitamente proibiti dal Corano, come la distribuzione e produzione di alcol, tabacco, armi, carne suina, pornografia e gioco d’azzardo. Il quinto ed ultimo pilastro della religione islamica è la Zakat, ossia, l'obbligo religioso di "purificazione" della propria ricchezza, che ogni musulmano deve adempiere per potersi definire un vero credente. Spesso vista come elemosina, la Zakat, non ha alcun elemento di volontarietà. Nasce, infatti, come un prelievo sui beni superflui di ciascuno e serve a rendere lecita e fruibile alla comunità la propria ricchezza materiale. Tutto ciò si concretizza in un pagamento di una quota-parte dei guadagni, che viene ridistribuita in favore delle categorie più svantaggiate della società islamica. Le banche islamiche, vista la proibizione della Riba, hanno dovuto implementare un metodo alternativo di allocazione delle risorse, che tradizionalmente si è concretizzato soprattutto nella tecnica della condivisione delle perdite e dei profitti. Nell’islamic banking il profitto può essere legittimato esclusivamente dalla componente di rischio, in quanto, secondo la Sharia, il guadagno non è ammissibile, a meno che non sia connesso all’assunzione di rischi. Si tratta, dunque, di un nuovo e diverso rapporto tra il creditore e debitore. La compartecipazione, comunque, è un concetto comune a più religioni e comunità, ma è in questa cultura che è divenuto fondamento della vita economica oltre che sociale, portando molti osservatori a riconoscere una potenziale maggiore equità della finanza islamica. In un sistema centrato sulla compartecipazione, chi presta denaro non richiede interesse, ma prende parte a quelli che saranno i risultati dell’attività, in percentuale sugli utili futuri. Allo stesso modo, l’erosione del capitale, in caso di perdite, sarà sopportata da entrambe le controparti.

Su cosa si basa questo modello di partecipazione?

MASULLO - Tale modello di partecipazione si basa essenzialmente su due elementi fondamentali: il rapporto di fiducia tra chi mette a disposizione i capitali e chi li utilizza, condividere le stesse sorti impone la creazione di una relazione proficua e duratura basata sul reciproco interesse; l’impossibilità della formazione di sacche di ricchezza a discapito solitamente dei più deboli e con minori capacità di contrattazione. In un’economia completamente islamica, dunque, essendo le relazioni economiche legate da rapporti di condivisione dei risultati economici, più un’impresa produce profitti, più la banca finanziatrice ottiene a titolo di remunerazione del finanziamento. Contestualmente, inoltre, i depositanti acquisiscono un ammontare di ricchezza, tanto maggiore quanto maggiori saranno gli utili dell’istituzione finanziaria. Si verrebbe così a creare un automatico processo di allocazione della ricchezza, che nell’economia occidentale risulta eventuale ed impantanato in tutta una serie di accordi, compromessi, conflitti di potere. Il confronto sulla distribuzione della ricchezza spinge ad affermare la maggiore equità sociale della finanza islamica, al di là di quelle che siano le convinzioni religiose, politiche e culturali. In questo senso, la maggiore attenzione che una banca islamica deve avere riguardo alla solidità del progetto e alle competenze gestionali dell’imprenditore, rende il merito creditizio relativamente meno importante.

Le banche islamiche posso finanziare progetti non finanziabili dalle banche convenzionali?

MASULLO - I progetti non finanziabili dalle banche convenzionali, possono essere egregiamente finanziati dalle banche islamiche attraverso la tecnica del profit loss sharing, che può servire da stimolo al progresso economico nei paesi in via di sviluppo. In questo senso, la maggiore attenzione che una banca islamica deve avere riguardo alla solidità del progetto e alle competenze gestionali dell’imprenditore, rende il merito creditizio relativamente meno importante.

Che rilevanza assumono la corporate governance e il governo societario?

MASULLO - In ottica prettamente gestionale, le tematiche come la corporate governance e il governo societario, assumono maggiore rilevanza nella realtà islamica, visto il carattere religioso alla base del finanziamento e l’addizionale strato di governo derivante dagli Sharia Supervisory Boards. La caratteristica comune a tutte le istituzioni finanziarie è la presenza di tale comitato indipendente, costituito da esperti di diritto e finanza islamica, che vigila ex-ante, sulla conformità della gestione alla Sharia. In materia di corporate governance, è inoltre indubbiamente riconosciuta, anche nel mondo finanziario islamico, l’indispensabilità del risk management. Il sistema bancario islamico, nonostante le differenze significative in materia, non sembra voler rinunciare a confrontarsi col principio “convenzionale” della regolamentazione del capitale, alla luce della posizione di assoluta preminenza che l’Accordo di Basilea ha conquistato a livello internazionale. Si può cercare di descrivere le fasi e le soluzioni adottate per rimodulare il conventional banking verso l’introduzione della finanza islamica. Naturalmente una scelta così importante quale può essere l’introduzione dell’islamic banking deve essere motivata da adeguate necessità in termini di domanda. Infatti, proprio la richiesta di tali prodotti, come visto precedentemente, è in costante sviluppo. Quest’ultimo è dovuto al crescente interesse degli investitori islamici guidati soprattutto da sigenze di diversificazione geografica del loro portafoglio. Chiaramente, lo sviluppo ed il recepimento di normative in materia di implementazione di un sistema finanziario islamico necessitano di addetti ai lavori altamente preparati in materia, per provvedere alla domanda dei consumatori che vogliono rispettare i dettami del corano.

Quali sono le aree di maggiore rilevanza per l’introduzione di una banca islamica?

MASULLO - Le aree di maggiore rilevanza nella fase di introduzione di una banca islamica sono quattro: la conformità alla sharia, la netta separazione dei fondi islamici da quelli convenzionali, la creazione e la diffusione di standard di contabilità e l’aumento del numero delle campagne di consapevolezza. In materia di conformità alla Sharia ci si affida agli Sharia Scholars, ovvero esperti di legge islamica, con la funzione di certificare che l’attività bancaria avvenga nel rispetto dei principi islamici. Tali esperti, dividendosi nelle varie istituzioni, promuovono una coerenza generale dei servizi offerti. La prima misura da intraprendere se si desidera offrire prodotti islamici è quindi la nomina di uno Sharia board, che consente di minimizzare il rischio Sharia. Un ruolo importante in materia di indirizzo è quello delle diverse istituzioni multilaterali internazionali create per favorire lo sviluppo dell’islamic banking. Tali istituzioni, pur non avendo poteri vincolanti, godono però di alta considerazione da parte dei policy-makers internazionali. Un secondo punto da affrontare con chiarezza durante le prime fasi dell’implementazione è la netta egregazione dei fondi islamici da quelli convenzionali. Si tratta, in questo caso, di un principio base stabilito per mantenere la purezza morale di tutte le transazioni islamiche. La terza variabile da considerare è il panorama contabile. Purtroppo, infatti, la rapida espansione dell’islamic banking non è stata accompagnata da uno stesso sviluppo di regole di contabilità internazionalmente riconosciute, non favorendo l’impressione della massima trasparenza del settore islamico. Riguardo la trasparenza, inoltre, l’informazione che i depositanti e gli investitori hanno sui rischi sarà determinante per lo sviluppo dell’islamic banking. Occorre, quindi, che il consumatore sia informato e in questo senso potrebbero risultare molto utili le campagne di consapevolezza.

Quando è possibile la conversione all’islamic banking?

MASULLO - La conversione all’islamic banking risulta possibile in diverse forme, in base alla volontà dell’intermediario stesso e al suo interesse nel settore. Generalmente le istituzioni finanziarie convenzionali preferiscono, durante la fase iniziale, sondare le potenzialità del mercato attraverso un progetto pilota che prende la forma delle islamic windows. Le finestre islamiche, infatti, permettono di soddisfare i bisogni base della clientela di una società islamica, offrendo principalmente depositi e strumenti trade-finance per piccole e medie imprese. Una volta implementato un’islamic window, e avendolo portato avanti per un periodo di tempo necessario a garantirsi una clientela base, l’istituzione finanziaria può decidere se stabilire una controllata islamica o convertirsi in una banca completamente islamizzata. Il vantaggio di optare per la controllata è la possibilità di continuare a servire i clienti convenzionali, mentre quello di scegliere per la conversione in una banca completamente islamica sono le significative ricadute positive in termini di credibilità. In conclusione, vi è un acceso dibattito in materia di coerenza con la Sharia, riguardo all’istituzione delle banche islamiche con capitali provenienti da banche convenzionali. In questo caso, infatti, non risulta assolutamente garantito che i fondi in questione siano originati da attività conformi all’Islam. Al riguardo, spesso la soluzione adottata è stata quella di permettere la formazione della nuova istituzione islamica in ogni caso, purché deliberi future donazioni caritatevoli come via di purificazione dei fondi.

Come era l’interazione tra economia-religione-etica nell’Europa?

MASULLO - Nel vecchio continente è stata sempre molto viva l’interazione tra economia, religione ed etica. La storia economica europea è, in effetti, un esempio di come l'intreccio dell’attività economica e finanziaria con i credo religiosi e le tradizioni sia sempre stato in costante evoluzione e finalizzato a fornire risposte adeguate all’evolversi della società. La presenza araba in Europa tra l’ottavo e l’undicesimo secolo, soprattutto in Spagna, Francia, Portogallo e Italia, è stata un esempio di società votata alla cultura, alla tolleranza e alla prosperità economica grazie soprattutto ai fiorenti commerci fra oriente ed occidente. Tali connessioni storiche, sommate alla recente spinta verso la globalizzazione in termini sia di flussi migratori musulmani verso l’Europa sia di internazionalizzazione dei mercati, rinvigoriscono l’interesse per la finanza islamica da parte del vecchio continente. Non sembra casuale, quindi, la domanda di finanziamenti e di prodotti bancari conformi alla Sharia venuta recentemente alla luce in numerosi paesi europei. La risposta istituzionale in materia sia da parte dei governi che delle autorità di controllo del sistema bancario, si è rivelata molto differente nelle varie nazioni. Regno Unito, Francia e Germania hanno risposto, seppur con intensità diversa, a tali necessità. In altre realtà, invece, il grande interesse in materia è stato frenato dall’atteggiamento di prudente attesa che, come nel caso italiano, ha limitato quasi totalmente lo sviluppo di questo alternativo sistema finanziario. Le potenzialità future di tale domanda sono riscontrabili nel fatto che l'Islam sia oggi la religione in più rapida ascesa a livello mondiale e che tale sviluppo sia accompagnato, soprattutto nei paesi europei, anche da un aumento della classe media musulmana.

I clienti musulmani europei preferiscono la gestione Halal dei propri affari finanziari?

MASULLO - E’ difficile, quindi, non ipotizzare per il prossimo futuro la crescita della finanza islamica in Europa, spinta inoltre dalla preferenza, sempre più decisa, del cliente musulmano europeo alla gestione Halal dei propri affari finanziari. Ad oggi, sono circa quindici i milioni di musulmani residenti nel vecchio continente, con un ammontare totale di risparmio gestito, stimato in quattordici bilioni di dollari nel 2020. In questo senso, gioca un ruolo importante anche il crescente interesse per i prodotti finanziari islamici mostrato anche da parte della popolazione non musulmana, vista la sicurezza che i prodotti Sharia compatibili offrono sia in termini etici che di collegamento con il sistema reale. Tutte queste variabili hanno spinto le autorità competenti in materia, negli ultimi anni, ad accogliere e cercare di soddisfare tutte le richieste della comunità musulmane europea, spesso ignorate in passato. Inoltre, la crescente richiesta di prodotti islamici da parte di investitori professionali per ragioni di diversificazione di portafoglio, ha spinto verso la visione dell’islamic banking come una lucrativa opportunità di business. La prova tangibile delle potenzialità del settore islamico e di una sua, seppur limitata, maturità raggiunta si è avuta in questo ultimo periodo di completa instabilità dei mercati internazionali. Sembra, infatti, che “il business della finanza islamica non sia stato toccato dalla tempesta subprime. Anzi, la crisi del credito potrebbe favorire l'espansione dei prodotti finanziari compatibili con le leggi islamiche anche al di fuori dei mercati asiatici e dei paesi del golfo, grazie al loro collegamento costante con l’economia reale. Una conferma a questa tesi arriva dall’andamento dei principali indici azionari del settore islamico. Nel 2007, infatti, il DJIM e il DJIM Europe si sono apprezzati rispettivamente, del sedici e del venti per cento, rendimenti di gran lunga superiori ai rispettivi indici americani. Nello stesso anno, infatti, il DJUS ha registrato un aumento nell’ordine del sei per cento. Dopo queste considerazioni, sembra lecito concludere che i prodotti finanziari islamici si stiano spostando nell’Europa continentale, con diversa intensità nei vari paesi, da prodotti di nicchia a prodotti di più ampio espiro. Inizia a diffondersi nell’opinione pubblica europea la considerazione, del sistema di relazioni economico finanziarie regolamentate dal diritto islamico come una solida e praticabile alternativa, o meglio un’aggiunta al sistema finanziario convenzionale.

Come si comporta la lobby bancaria tradizionale?

MASULLO - Al riguardo, la lobby bancaria tradizionale non ha alcun interesse a perdere quote di mercato e, quindi, la sua posizione monopolistica nei mercati finanziari europei a favore delle istituzioni finanziarie islamiche. Tuttavia, come visto, nello stesso tempo, non può permettersi di non considerare l’importante realtà del risparmio islamico. In questo senso, la soluzione di compromesso sembra essere stata raggiunta attraverso l’implementazione, nella quasi totalità dei casi europei, delle islamic windows da parte delle istituzioni convenzionali. In occidente, in particolare in Europa, il sistema bancario islamico ha catturato l’attenzione della comunità finanziaria e delle autorità regolamentari negli ultimi decenni del ventesimo secolo. La questione è stata affrontata diversamente nei vari paesi, ma tuttavia resta l’Inghilterra la nazione ad aver maturato l’esperienza più significativa in materia, rappresentando un modello da seguire nell’adozione dell’islamic banking per i paesi a maggioranza non musulmana. Il Regno Unito è stato capace di attrarre le maggiori banche islamiche oltre che per la numerosa popolazione musulmana residente, conseguenza delle forti relazioni storiche con vari paesi orientali, anche grazie alle notevoli capacità degli operatori del settore finanziario e all’importanza a livello internazionale del mercato inglese. A livello geografico poi, l’alternativa inglese risulta allettante se confrontata con quella americana, peraltro sfavorita dagli attuali rapporti politici con alcuni paesi islamici. La somma di tutte queste variabili ha portato ad un naturale indirizzo del mondo musulmano verso l’Inghilterra.

Quando nasce l’islamic banking in Inghilterra?

MASULLO - Formalmente, la nascita dell’islamic banking in Inghilterra risale al 1982, con l’istituzione dell’Al Baraka International Bank a Londra. Da quel momento e nel corso degli anni, gli inglesi hanno affrontato l’implementazione della finanza islamica evitando ogni discussione di carattere religioso o culturale. L’islamic banking è stato considerato semplicemente un’innovazione finanziaria, emersa nell’ambito dell’industria dei servizi finanziari. Si è, infatti, evitato una legislazione che fosse legata a uno specifico credo religioso, mantenendo l’importante principio dell’unica licenza bancaria, a differenza di altri paesi, che come visto hanno invece optato per un sistema di dual banking. Il processo d’implementazione di una istituzione finanziaria islamica nel Regno Unito risulta, quindi, uguale a quello di una qualsiasi banca convenzionale. Questo perché si è ritenuto opportuno non introdurre la categoria della banca islamica ma solo modificare opportunamente la normativa esistente al fine di consentirle di operare. Due problematiche hanno catalizzato particolarmente l’attenzione, la neutralità fiscale dei prodotti Sharia compliant e il principio della tutela dei depositi. I primi interventi per garantire una tassazione neutrale ai due diversi sistemi finanziari si sono avuti con il “Finance Act” del 2003 e le successive modifiche del 2005. E’ stata, infatti, prima introdotta l’abolizione della doppia imposta di registro nelle transazioni immobiliari assimilabili al contratto Murabaha e poi creata la nozione di «reddito finanziario alternativo, alla quale si è conferita la medesima deducibilità fiscale degli interessi passivi. Senza mai citare nomi di strutture contrattuali islamiche, il legislatore inglese ha definito delle nozioni generiche, specificando però precise condizioni entro le quali è possibile far rientrare i principali contratti islamici. In questo senso, fu riconosciuto al canone di un’Ijara immobiliare o di un Musharaka, la stessa deducibilità fiscale degli interessi passivi di un mutuo. In materia di tutela dei depositi, invece, un ruolo importante è stato quello della Islamic Bank of Britain, istituita nel 2004. Al riguardo la normativa inglese richiede l’obbligatorietà del rimborso affinché si abbia un deposito. Tuttavia, come ribadito nel testo, ciò contrasta con i principi base della finanza islamica, che condiziona il rimborso al risultato dell’attività imprenditoriale collegata. Il problema è stato agevolmente superato con l’inclusione, nella legislazione inglese, di alcune specifiche clausole nel contratto di deposito. Nella Islamic Bank of Britain, infatti, iltitolare di depositi d’investimento si espone al rischio di vedere intaccato il valore nominale del deposito. Tuttavia, nel caso in cui ciò avvenga, la banca ha la possibilità di mitigare la perdita del depositante, diminuendo o rinunciando all’incasso di commissioni o attingendo direttamente ad un fondo destinato alla stabilizzazione degli utili. E’ importante, però, sottolineare come la banca in questione sia comunque tenuta ad offrire al depositante un pagamento per l’ammontare della perdita subita. Nel caso in cui il depositante decidesse di accettare l’offerta ricevendo dalla banca il corrispettivo per la perdita subita, non sarà più considerato coerente con i principi islamici. Con queste specifiche clausole si è riusciti a preservare sia il principio di partecipazione ai profitti e alle perdite sia quello di tutela dei depositi. L’istituzione dell’Islamic Bank of Britain ha favorito, inoltre, la nascita di una realtà operativa retail, che visti gli attuali due milioni di musulmani residenti nel paese, presenta un ottimo mercato domestico potenziale che chiede di essere seriamente considerato. Oggi, alcune conventional banks operanti nel paese, offrono ai clienti britannici un’ampia scelta di prodotti e servizi. Particolare interesse riscuotono l’investment banking, il project finance, il private banking e alcuni finanziamenti retail, soprattutto nella forma della Musharaka decrescente. In questa figura contrattuale, il prenditore progressivamente acquisisce le attività del prestatore, pagando contestualmente un canone di affitto. Gli attuali venti bilioni di dollari in attività Sharia-compliant, fanno del mercato inglese l’ottavo centro finanziario islamico al modo ed il primo nei paesi occidentali.

Quali sono gli obiettivi attuali del governo britannico in materia di finanza islamica?

MASULLO - Gli obiettivi attuali del governo britannico in materia di finanza islamica sono chiari e consistono, nel mantenere la posizione leader di Londra come centro finanziario internazionale, continuando ad ampliare il range di prodotti finanziari a disposizione dei consumatori e nell’assicurare che a nessuno venga negato di intraprendere qualsiasi attività finanziaria, a causa di discriminazioni religiose. La scelta legislativa inglese, riguardo al principio della licenza bancaria unica, sembra aver indirettamente influito sulla scelta comune alla maggioranza delle istituzioni finanziarie convenzionali riguardo l’adozione delle “Islamic Windows”. Queste comode finestre sul mondo delle islamic banking, permettevano, infatti, una prima analisi della reale domanda del settore islamico. Tale formula operativa, si è rivelata un fattore chiave, nel recente sviluppo della finanza islamica nel Regno Unito. In conclusione, le ultime novità legislative del paese in materia di islamic banking riguardano l’introduzione della possibilità di emendare la legislazione in materia finanziaria attraverso la legislazione secondaria, in modo tale da assicurare maggiore flessibilità al sistema. Proprio tale flessibilità dovrebbe aiutare il settore islamico a raggiungere obiettivi importanti, in termini di standardizzazione di prodotti e servizi, spesso mancati in passato. Il recente sviluppo esponenziale del settore e i problemi derivanti dalle differenti interpretazioni degli Sharia Scholars, non sembrano, infatti, aver favorito la standardizzazione delle procedure inglesi, in materia di islamic banking. Il governo di Londra intende rimuovere gli ultimi ostacoli tecnici che impediscono l'emissione di 'bond islamici', prodotti finanziari che rispettano la sharia, la legge islamica. Lo ha comunicato il Ministero del Tesoro; secondo molti banchieri islamici - nel Paese ci sono cinque banche islamiche - il Parlamento votera' il mese prossimo per definire i 'sukuk' come bond, piuttosto che come veicoli di investimento, e cio' favorira' lo sviluppo di questo mercato. Nel rispetto della legge islamica, i sukuk non prevedono il pagamento di interessi, ma dal punto di vista regolatorio sono stati finora difficili da classificare. Il provvedimento che il governo presentera' in parlamento ridurra' i costi legali e rimuovera' gli ostacoli alla loro emissione.Sarah McCarthy-Fry, sottosegretario al Tesoro ha spiegato che ''il governo intende migliorare la competitivita' del Regno Unito nei servizi finanzari mantenendo la posizione di leader nella finanza islamica internazionale, e facendo si' che chiunque, a prescindere dalla fede religiosa, abbia accesso a prodotti finanziari con prezzi competitivi.

In Europa quanti musulmani vi risiedono?

MASULLO - L’attuale popolazione musulmana del vecchio continente si aggira sull’ordine dei venti milioni di persone, la metà dei quali residenti nelle due grandi comunità francese e tedesca. Il primo paese europeo in termini di musulmani residenti è la Francia, anche se alcuni problemi di stima scaturiscono dal divieto di censire la popolazione della Repubblica francese in base al carattere religioso. Canzano 18 – Cosa succede in Francia?

MASULLO - I sei milioni di musulmani attualmente presenti sul territorio transalpino si collegano ai flussi migratori provenienti soprattutto da Algeria, Marocco e Tunisia. La Francia mantiene, infatti, una forte influenza economica e politica in questi paesi, frutto delle sue forti connessioni storiche e culturali con il mondo arabo in generale. Senza entrare nel merito dell’integrazione sociale, alcune caratteristiche qualitative della popolazione musulmana oltralpe risultano importanti: la metà dei musulmani residenti sono cittadini francesi a tutti gli effetti e spesso si tratta di immigrazione oramai di seconda o terza generazione. Peculiarità queste, che aumentano in maniera esponenziale la necessità dei servizi finanziari richiesti, soprattutto nel settore immobiliare. Tutte queste riflessioni sembrano, dunque, giustificare l’enorme interesse in materia di finanza islamica da parte del governo transalpino, interesse rinvigorito dalla recente richiesta di licenze per operare nel paese, da parte di tre tra le più importanti istituzioni finanziarie islamiche: la Qatar Islamic Bank, la Kuwait Finance House e Al-Baraka Islamic Bank. Al riguardo, è sembrato molto positivo il parere dell’attuale ministro francese dell’economia e delle finanze Christine Lagarde, che punta a rilasciare le dovute autorizzazioni già entro il 2010 . In materia di finanza islamica, l’obiettivo dichiarato del governo francese è quello di implementare vigorosamente il sistema Sharia-compliant, con un’attenzione particolare al segmento wholesale che rappresenta il business principale del settore islamico a livello globale. In una prima fase si punterà, quindi, soprattutto ai settori dell’investment e corporate banking e, solo in un secondo momento, si svilupperà l’allettante segmento retail. Tale pianificazione mira a portare in Francia una quota significativa della liquidità orientale per competere, nel lungo periodo, con Londra, per la leadership del settore a livello europeo. L’obiettivo della leadership europea potrebbe sembrare poco realizzabile, visto l’attuale significativo svantaggio francese in materia di islamic banking ma, con una più attenta valutazione, considerando le posizioni di partenza e le potenzialità, se ne rivaluta la credibilità, almeno per quanto riguarda l’obiettivo di lungo periodo. In questa direzione, la Francia sta lavorando molto per recuperare il terreno perso cercando di suscitare interesse nella comunità finanziaria francese sviluppando una più approfondita conoscenza in materia. Al riguardo, un ruolo fondamentale è stato quello dei primi due forum nazionali sull’islamic banking. Nel primo, del 2007, si è infatti chiarito alla comunità finanziaria francese, quali potessero essere i risvolti positivi, in termini di attrattiva internazionale, dell’implementazione dell’islamic banking nel mercato parigino. Nel secondo, tenutosi l’anno passato si sono, invece, analizzate le variabili su cui lavorare, affinché l’implementazione del settore islamico possa avvenire senza problemi. Attualmente il dibattito francese è incentrato sulle questioni politiche e regolamentari, per rendere possibili i necessari aggiustamenti tecnici alla legislazione francese in modo da ridurre i classici impedimenti di carattere fiscale e legale allo sviluppo della finanza islamica. In questa importante prima fase d’attuazione del sistema islamico, il Ministro Lagarde, supportata da una commissione di esperti finanziari, sembra voler dar vita ad un nuovo percorso attuativo basato sulle necessità della popolazione francese. E’ stata, infatti, proprio la forte comunità musulmana, attraverso varie associazioni, a spingere la politica ad una maggiore considerazione del settore in termini di riforme utili ad introdurre strumenti di finanza islamica. Al riguardo, nel 2007, l’autorità responsabile del mercato finanziario francese ha autorizzato la creazione di schemi di investimento collettivo Sharia-compliant, autorizzati in base al rispetto di particolari criteri come l’investimento in settori Halal e l’applicazione di alcuni ratio finanziari. Al riguardo, risultano escluse le compagnie con debito totale in bilancio superiore ad un terzo della loro capitalizzazione media dell’ultimo anno. Sotto il punto di vista tecnico, la piazza di Parigi sembra assicurare le necessarie competenze per riuscire a creare sinergie eccezionali tra il sistema islamico e quello convenzionale. La velocità con cui l’islamic banking si svilupperà nel territorio francese, dipenderà molto, quindi, dall’operato del governo e da come questo settore innovativo verrà percepito dalla popolazione.

E lo sviluppo del settore islamico in Germania?

MASULLO - Lo sviluppo del settore islamico in Germania, ha avuto invece, sorti differenti rispetto alla realtà francese. I cinque milioni di musulmani residenti nel territorio tedesco, per la maggior parte di origine turca, non sono riusciti a mantenere alto l’interesse del governo in materia. A tal proposito, nel recente passato, la Germania si era distinta per interventi pioneristici nell’islamic banking, come la prima emissione europea di sukuk nel 2004, di ammontare pari a cento milioni di euro, avvenuta nello stato federale della Saxony-Anhalt. Questa iniziativa, però, nonostante la risposta positiva in termini di sottoscrizione, non ha trovato il giusto seguito, perchè non favorita dall’attuale linea politica tedesca, caratterizzata da un progressivo calo d’interesse per il settore islamico, in controtendenza rispetto agli altri paesi europei. La mancanza di interesse politico in materia di islamic banking sembra scaturire soprattutto da problemi di educazione al mercato ed indirizzo del mercato stesso. Nel campo dell’educazione del mercato, il ruolo delle autorità tedesche sembra, in questa fase, insufficiente a favorire lo sviluppo del settore islamico mentre sotto il punto di vista dell’indirizzo del mercato, molte istituzioni finanziarie tedesche sono operative nel settore, operando però, solo oltre i confini nazionali. Al riguardo, la Bundesbank non ha rilasciato alcun tipo di licenze in materia, obbligando tutte le operazioni Sharia-compliant effettuate sul territorio nazionale, ad essere strutturate in collaborazione con banche islamiche estere. Il generale disinteresse politico teutonico, comunque, non sembra aver limitato molto l’ammontare degli investimenti arabi sia nel mercato di capitali sia nel settore immobiliare tedeschi. Inoltre, il carattere meno discriminatorio del sistema giuridico tedesco rispetto alle esigenze dell’islamic banking, inteso soprattutto a livello di ingerenza fiscale, sembra aver favorito la crescita delle operazioni di finanza islamica, strutturate principalmente sotto forma di Sukuk, Mudaraba e Musharaka. In conclusione, la forte componente musulmana in Germania, il suo potenziale economico a livello mondiale e gli effetti della recente crisi finanziaria, non potranno che favorire lo sviluppo dell’islamic banking sia come risposta ai bisogni della comunità musulmana residente sia come alternativa, in termini di diversificazione, per la totalità della popolazione tedesca. Risulta chiaro, dunque, come la quota di mercato attuale della finanza islamica in Germania sia molto lontana dal suo. Gli investimenti arabi nel settore immobiliare tedesco ammontano a più di 400 milioni di euro di attività in possesso e altri 300 milioni sono attesi per l’anno in corso. potenziale, considerazione questa, che contribuisce ad alimentare l’interesse in materia.

La situazione italiana e il potenziale mercato dell’islamic banking?

MASULLO - La storia dell'Islam in Italia ha radici profonde che risalgono all’ Ottocento, periodo in cui la Sicilia e altre regioni meridionali subirono la dominazione araba per oltre due secoli. Oggi, l'Italia ospita quasi un milione e mezzo di musulmani che rappresentano, oltre il trenta per cento della popolazione straniera residente e quasi il tre per cento dell’intera popolazione nazionale. In termini di rilevanza economica, si noti, inoltre, come il sei per cento del Prodotto Interno Lordo italiano sia prodotto esclusivamente da immigrati e come le necessità finanziarie della popolazione islamica residente si siano evolute, parallelamente al più alto livello di integrazione raggiunto, verso più sofisticate tecniche economiche. Da bisogni finanziari base come le rimesse degli emigranti o i servizi di pagamento, si è passati a necessità di più lungo periodo, tipiche di una popolazione di seconda generazione che continua a crescere anche in termini di disponibilità economiche. Con il consolidamento della presenza sul territorio, la comunità islamica ha avviato operazioni di acquisto di proprietà immobiliari, sia private che commerciali, finanziate tramite strumenti bancari convenzionali o attraverso rare soluzioni mirate offerte da istituti di credito nazionali. A livello imprenditoriale, inoltre, nel territorio italiano si contano circa settantamila imprese avviate da cittadini musulmani che necessitano di una maggiore innovazione finanziaria. Lo sviluppo della finanza Shariah-compliant in Italia risponde, dunque, sia ad esigenze di investimento sia a quelle di risparmio da parte della collettività islamica presente a livello nazionale. Nonostante tali connessioni sia storiche che attuali, l’Italia resta uno dei pochissimi primari paesi europei a non aver ancora implementato il sistema finanziario islamico, diffuso ormai in tutte le principali piazze finanziarie globali. In Italia si nota però, un recente significativo interessamento in questo senso da parte sia del mercato che del sistema politico in generale. Le banche italiane stanno, infatti, lentamente prendendo coscienza delle opportunità che l’implementazione del settore islamico offre in termini competitivi, tra le quali una maggiore raccolta bancaria, le potenziali sinergie con l’intero mondo arabo, la maggiore capacità di internazionalizzazione delle imprese e il forte messaggio di integrazione sociale. Come prova di tale interesse in materia, nel 2007 l’associazione bancaria italiana e l’Union of Arab Banks, ossia l’insieme dell’industria bancaria araba, hanno firmato un memorandum di intenti, in base al quale è stata programmata una attiva collaborazione fra le parti. E’ stata prevista, infatti, un’opera di avvicinamento e cooperazione, fra i due sistemi bancari, per cercare di accrescere i già forti rapporti economici tra i paesi arabi e quelli del mediterraneo, Italia in primis. In Italia è stata conclusa, nel 2006, la prima operazione finanziaria islamica in Italia, una Murabaha applicato ad una operazione immobiliare a Pavia. Nonostante l’indubbio valore simbolico, tale operazione si è rivelata per la verità molto costosa, visto il permanere in Italia, della doppia imposta di registro sulla Murabaha, a causa del fittizio doppio trasferimento di proprietà dell’immobile. Problematica fiscale, questa, comune ad altri paesi europei. La seconda iniziativa italiana nel settore islamico, riguarda l’implementazione di una transazione Ijara Wa Iqtina e sta richiedendo diversi mesi di analisi giuridica e fiscale per riuscire a soddisfare sia le esigenze della Sharia che quelle del codice civile italiano. Nonostante questi singoli esempi, tuttavia, gli operatori bancari sono stati fortemente sfavoriti dalla mancanza di un quadro normativo di riferimento, indispensabile per lo sviluppo del settore. La diffusione di strumenti finanziari Sharia-compliant in Italia è sicuramente un'esigenza per la competitività del paese e di adeguamento al trend internazionale, ma la loro introduzione ed il loro utilizzo richiedono una adeguata gestione e supervisione per le molteplici difficoltà connesse sia alla loro interpretazione che alla loro implementazione.

Quali sono problematiche legate all’apertura di una banca islamica in Italia?

MASULLO - Da un punto di vista civilistico, il problema sostanziale è lo schema di raccolta e prestito della banca islamica che non richiede l’obbligo di rimborso, necessario, invece, nei sistemi bancari convenzionali. In ambito fiscale, inoltre, si presentano numerosi ostacoli operativi, come la doppia imposta di registro su una transazione immobiliare strutturata su una Murabaha e la non deducibilità fiscale degli oneri finanziari di una Ijara immobiliare. Al riguardo, l'impostazione concettualmente corretta sembra essere quella basata sul trattamento fiscale applicato all'aspetto economico delle transazioni e non a quello giuridico. Il modello inglese menzionato prima, avendo già affrontato e risolto tali problemi, può senza dubbio rappresentare un modello a cui ispirarsi. La scelta britannica di non definire una normativa a parte cercando, invece, di inquadrare con flessibilità il fenomeno dell’islamic banking nel quadro normativo esistente sembra, infatti, la più opportuna per i paesi europei. Ad una prima analisi delle condizioni esistenti ritengo che l’implementazione di una banca islamica in Italia, obiettivo di tutte le iniziative elencate, possa largamente favorire il paese, quale ulteriore canale di sviluppo economico-finanziario a disposizione della popolazione nello sviluppo dei suoi rapporti economici con il vicino mondo arabo. Sembra necessario, infatti, vista la globale crisi di liquidità, promuovere investimenti nelle due direzioni ed intercettare una parte di surplus di risparmio proveniente dal mondo islamico. In conclusione, il posizionamento strategico dell’Italia, la sua fitta rete di piccole istituzioni finanziarie distribuite sul territorio e il più forte movimento di finanza etica in Europa, rendono l'Italia un candidato naturale per lo sviluppo del settore islamico. Ritengo, a questo proposito, che una volta risolti i problemi di carattere fiscale e normativo, l ' Italia potrà svolgere un ruolo centrale nel mediterraneo ; il paese infatti, oltre ad avere una bilancia commerciale di svariati miliardi di dollari con i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, svolge un ruolo chiave nel dialogo euro-arabo, rappresentando il paese del G7 più vicino al mondo arabo. L'interesse verso la finanza islamica si pone, dunque, come una questione di posizionamento strategico-politico, anche in relazione alla nascita dell'Unione per il Mediterraneo che punta a coinvolgere economicamente i quarantatre paesi del mediterraneo meridionale e orientale, attraverso la loro cooperazione in specifiche attività pubbliche e private.

Resta sempre aperto il dibattito sulla compatibilità delle attività islamiche con l'attuale sistema di regolamentazione bancario italiano?

MASULLO - Sebbene il dibattito sulla compatibilità delle attività islamiche con l'attuale sistema di regolamentazione bancario italiano resti ancora aperto, la seconda direttiva UE sul settore bancario, grazie al principio del “mutuo riconoscimento” sembra facilitare, almeno in linea di principio, l'apertura di una banca islamica sul territorio italiano. L’utilizzo del passaporto bancario che permette ad un ente bancario autorizzato in un paese europeo di offrire prodotti in tutta l'Unione Europea senza la necessità di disporre di autorizzazione separata sembra, infatti, una valida alternativa in termini operativi. La situazione attuale, vede però, il persistere delle difficoltà del sistema bancario italiano, soprattutto nel confronto con un modello di intermediazione del credito basato su principi di natura religiosa. I prodotti finanziari e i concetti della finanza islamica restano poco conosciuti anche all’interno della comunità finanziaria e imprenditoriale italiana. Si nota, comunque, al riguardo un forte aumento dell’interesse in materia, focalizzato soprattutto sulla risoluzione di importanti questioni interpretative a livello civilistico, come la tutela dei depositi, e sulla qualificazione giuridica-fiscale delle attività islamiche. In conclusione, le varie operazioni arabe in programma in Italia serviranno da volano al settore islamico. Al riguardo, il progetto più importante riguarda Palermo, dove con oltre due miliardi di euro, la Limirless, società degli Emirati Arabi Uniti, punta a risanare il centro storico, gestire il porto e creare nuove aree turistiche. Il tutto rispettando, naturalmente, i principi della Sharia.



*Classe 1964, laurea in Scienze Economiche e Master in Comunicazione, Marketing e Finanza, Cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e dell' Ordine Costiniano di San Giorgio, attivo nel settore finanziario dal 1984, già Rappresentante alle Grida alla Borsa Valori di Milano, autorizzato CONSOB, e Broker registrato al NASD a New York, è specializzato nella consulenza e gestione di patrimoni mobiliari ed immobiliari, nella finanza di impresa, nella pianificazione fiscale, nella comunicazione finanziaria e nella formazione. Ha iniziato a lavorare nella società Consulenti Finanziari SpA, creata da Pompeo Locatelli, in seguito, ha collaborato, per oltre un lustro, nello Studio di Agenti di Cambio Leonzio Combi, costituito a Milano nel 1907, uno dei più importanti in Italia. Dal 1995 fino alla vendita, avvenuta nel 2006, fondatore, presidente e azionista di riferimento, del gruppo di consulenza ed intermediario finanziario ex articolo 106 T.U.B., autorizzato Ufficio Italiano Cambi, Opus Consulting S.p.A., capitale sociale 625.000 euro. Socio fondatore, nel 1996, e tuttora segretario generale ASSOCONSULENZA Associazione Italiana Consulenti di Investimento la prima ed unica associazione di categoria riconosciuta a livello istituzionale in Italia; è inoltre socio fondatore, nel 2008, e segretario generale ASSOCREDITO Associazione Italiana Consulenti di Credito Bancario e Finanziario di cui è presidente Luigi Pagliuca, già presidente del Collegio di Milano e Lodi dei Ragionieri Commercialisti . Rettore Università ISFOA di Lugano, autore di oltre 300 pubblicazioni e di 22 best sellers aziendali, di cui uno, nel 1998 , adottato dall’Università Bocconi di Milano; opinionista presso i più importanti media di settore, quali CNBC Class Financial Network e Bloomberg Television, è stato chiamato come relatore, in Italia ed all’estero, da prestigiose istituzioni quali Marcus Evans, Istituto di Studi Bancari, ISTUD, IUAV Università di Venezia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; nel 2002 ha realizzato il primo libro dedicato al Consulente di Investimento. Autore nell' ottobre del 2001, del primo testo dedicato al Bahrein, è direttore editoriale delle prima rivista svizzera di finanza islamica, Shirkah Finance, risultando uno dei principali esperti italiani del settore; direttore responsabile della testata internet di finanza www.trend-online.com , è altresì vice direttore della rivista dedicata al lusso World & Pleasure Magazine e direttore editoriale Family Office: Patrimoni di Famiglia, la prima rivista italiana multimediale, internet e cartacea, specializzata nella tutela e conservazione dei patrimoni di famiglia . Ha svolto incarichi direttivi o consulenziali in gruppi bancari, assicurativi, finanziari, industriali quali: , Norwich Union, CIM Banque, Broggi Izar, Henderson Investor, Fleming, Corner Bank, Lemanik, Nationale Nederland, Banca Popolare Commercio Industria, 81 SIM Family Office SpA , Prudential Vita, Banca Popolare di Milano, Cassa di Risparmio di Cento, Cassa di Risparmio di Perugia, Socièté Bancarie Priveè, Liberty Financial, FMG Fund Marketing Group, Credito Italiano, IW Bank, ING Group, Colomba Invest SIM, MPS Banca Personale .

Tuesday, 15 September 2009

navi velenose affondate dalla malavita

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fonte: Corriere della Sera

http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_15/navi_affondate_porqueddu_macri_48f7e9ac-a1c0-11de-a593-00144f02aabc.shtml

«Gli altri scafi a Metaponto e Maratea». Il perito: nella zona sono aumentati i tumori

«Dieci casse di esplosivo militare. Così ho affondato le navi dei veleni»

Calabria, il pentito: fusti radioattivi dalla Norvegia. L’ordine dei clan

REGGIO CALABRIA — «Ave­vamo bisogno di affondare delle navi che ci erano state commis­sionate ed erano al largo di Cetra­ro. Ci serviva un motoscafo per portare l’esplosivo da riva fino al largo». È il 21 aprile 2006 e a Mila­no un magistrato antimafia racco­glie la testimonianza del pentito Francesco Fonti, che dal 1966 fi­no al gennaio del ’94, quando è iniziata la sua collaborazione con la giustizia, ha fatto parte della ’n­drangheta: entrato da picciotto e uscito con la «dote» di vangelo dalla famiglia Romeo, padroni di San Luca. Fonti parla di un episo­dio che fa risalire al 1993: l’affon­damento, con tanto di truffa al­l’assicurazione, di una nave cari­ca di rifiuti radioattivi nel Tirre­no.

Lui c’era e ricorda: «Nelle na­vi in quel momento c’era una cer­ta quantità di fusti che non erano stati smaltiti all’estero...». I moto­scafi li procurò Franco Muto, boss di Cetraro, al quale andaro­no 200 milioni di lire per il distur­bo; dall’Olanda arrivarono una decina di casse di esplosivo mili­tare; il carico finito in fondo al mare, invece, secondo il pentito era di origine norvegese. Al magi­strato racconta i preparativi con Muto: «Ci siamo incontrati in quel negozio di mobili. Spaccaro­telle è il nome del mobilificio. Noi gli abbiamo detto che aveva­mo bisogno di un paio di moto­scafi e lui ha detto: 'No, non ci so­no problemi. Quanto grandi li vo­lete? Da altura, da mezzo mare?'. E ci procurò due motoscafi. Noi caricammo... il materiale esplosi­vo l’avevamo portato da San Luca e, da Cetraro Marina, alla fine del lato Nord, c’erano i motoscafi, fin là si può arrivare anche con le macchine sulla strada interna del lungomare... Abbiamo preso le casse di esplosivo, le abbiamo messe sui motoscafi e siamo par­titi al largo, siamo arrivati alle na­vi, gli autisti dei motoscafi hanno aspettato, noi abbiamo fatto il tra­sbordo e le abbiamo lasciate lì. Il giorno dopo siamo tornati di nuo­vo per sistemare l’esplosivo nei punti dove doveva esplodere per far imbarcare l’acqua e mandarle a fondo. Solamente che affondar­le tutte e tre assieme lì abbiamo pensato che non era tanto intelli­gente, e abbiamo deciso una di farla affondare lì, le altre due di mandarle una verso lo Ionio, a Metaponto, e l’altra verso Mara­tea ». Il magistrato, quasi stupito, gli chiede del viaggio a Metapon­to, e Fonti spiega: «Ma sopra c’era l’equipaggio eh...! Faceva tutto il giro» dello Stretto di Mes­sina.

Qualcuno sostiene che nel Mediterraneo la criminalità organizzata, dagli anni ’80, potrebbe aver affondato decine di navi cariche di veleni. Sono state dise­gnate trame complica­tissime, che coinvolge­rebbero uomini dei ser­vizi, politici, faccendie­ri di tutto il mondo, fra Olanda e Somalia, Cala­bria ed ex Jugoslavia.

Molte cose restano da veri­ficare, ed è difficile. «Ma il velo è squarciato, nessuno può più sostenere che le navi non ci sono», dice Bruno Giorda­no, capo della Procura di Paola dal luglio 2008. È il magistrato che ha riannodato le fila di un’in­chiesta che si trascinava da tem­po. Prima ha scoperto lungo il greto del torrente Oliva, tra Aiel­lo Calabro e Serra d’Aiello, la pre­senza di metalli pesanti, radioatti­vità di origine artificiale, «quanti­tà rilevantissime di mercurio». Poi, mesi fa, sul suo tavolo è arri­vato un documento dell’Arpacal, una rilevazione condotta nel Tir­reno: fuori da Cetraro sottacqua c’era qualcosa di lungo, almeno 80 metri. La Marina non aveva mezzi a disposizione, Giordano si è rivolto a Silvio Greco, assessore all’Ambiente della Regione Cala­bria e biologo marino, che ha tro­vato un robot in grado di ispezio­nare i fondali. E siamo a sabato scorso: a 500 metri di profondità, al largo di Cetraro, nel tratto di mare indicato da Fonti, il robot filma un relitto. «Laggiù la pres­sione è 50 atmosfere — dice Gre­co —: la telecamera ha inquadra­to almeno un fusto quasi del tut­to schiacciato. Gli altri dovrebbe­ro essere nella stiva: ora bisogna capire che cosa contengo­no e come trattarli. Poi vanno cercate le altre due navi di cui parla il penti­to ». Francesco Fonti non fa più parte del program­ma di protezione per col­laboratori di giustizia, si nasconde in centro Italia, ma se il suo rac­conto è attendibile, e ora smentirlo è più dif­ficile, le altre due navi potrebbero trovarsi fra 3 e 5 mila metri di profondità. Oggi Gre­co sarà a Roma, a par­lare con i tecnici del ministero dell’Am­biente. Forse un giorno verrà ascol­tato anche il dottor Giacomino Branca­ti, medico e consu­lente della Procu­ra. La sua relazione fa paura. «Si può confermare l’esistenza di un eccesso statisticamente significa­tivo di mortalità nel distretto di Amantea rispetto al restante terri­torio regionale, dal ‘92 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d’Aiello, Amantea, Cleto e Mali­to ». Parla di tumori maligni di co­lon, retto, fegato, mammella. Invi­ta a indagare lungo il corso del­l’Oliva.

Ancora dal verbale di Fonti: «Avvenne di sera, era buio. Erava­mo già gennaio, quindi verso le 7 e mezzo di sera... C’erano dei de­tonatori, però a breve portata, mi sembra 300 metri. Sono stati fatti brillare dal motoscafo». Quante altre volte è successo? E chi ha comprato i servizi della ‘ndran­gheta per liberarsi di rifiuti tossi­ci?

Carlo Macrì
Mario Porqueddu

15 settembre 2009
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http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_14/video_navi_scorie_9eda0462-a108-11de-9cad-00144f02aabc.shtml?fr=correlati

Dopo la scoperta del naufragio al largo di Cetraro nel mar Tirreno

Nave dei veleni, il procuratore: «Probabile che sia la "Cunsky"»

«La lunghezza e il tipo di scafo fanno pensare che si tratti di quella usata dalle cosche indicata dal pentito Fonti»

ROMA - Navi dei veleni, a fondo. L'ultima probabilmente è quella scoperta nel Tirreno Cosentino, grazie alle rivelazioni di un pentito. Sono anni che se ne parla: naufragi dolosi, al largo delle nostre coste e, più spesso, di fronte a quelle dei paesi del terzo mondo, Africa in particolare.

IL PROCURATORI: «PROBABILE CHE SI TRATTI DELLA "CUNSKY"» - «Attendiamo i risultati delle analisi che verranno effettuate sui sedimenti superficiali prelevati nei pressi del relitto». Bruno Giordano, Procuratore di Paola (CS), è prudente riguardo la nave scoperta al largo di Cetraro e che si sospetta sia la Cunsky, l'imbarcazione con scorie tossiche inabissatasi misteriosamente anni addietro. «Per il contenuto esatto dei bidoni, - spiega il magistrato - saranno però risolutivi i prossimi accertamenti. Se sia poi davvero la nave di cui parla il pentito Fonti, questo lo dirò solo quando avremo tutte le prove. Certo, una serie di elementi lo fanno pensare: la lunghezza complessiva, tra i 110 e i 120 metri, la relativamente recente costruzione, perché non presenta bullonature ma le lamiere sono saldate, il fatto che non sia registrata come affondata, tutto ciò fa pensare che sia una delle tre navi indicate dal pentito. Lo disse lui - conclude Giordano - che le navi fatte affondare in quell'area erano tre». Il procuratore è stato convocato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti il prossimo 24 settembre. La Commissione ha convocato per la stessa seduta anche l'assessore all'Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco.

WWF: «10 ANNI DI DOMANDE SENZA RISPOSTE» -

«Sono dieci le domande che il Wwf da oltre dieci anni pone alle autorità, alle quali fino a oggi non è mai stata data mai risposta», scrive il Wwf Italia in un comunicato. Risale infatti al 1997 il primo intervento pubblico del Wwf che richiamava una pericolosa «connection» tra il traffico illecito di rifiuti e la Liguria, in particolare il porto di La Spezia. Da allora il Wwf ha richiamato più volte le Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, a quelle sulla criminalità organizzata, a quelle sui servizi di informazione e sicurezza fino alle Commissioni che indagavano sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Tra le altre cose, il Wwf chiedeva al ministro dell'Interno di verificare quale fosse su scala internazionale e nazionale il ruolo della criminalità organizzata nella gestione del traffico illecito via mare di rifiuti radioattivi e di come questo si intrecci al traffico d’armi.

LEGAMBIENTE: «SI INDAGHI ANCHE SUGLI ALTRI CASI» - «L'importante ritrovamento del relitto affondato a largo di Cetraro speriamo permetterà di affrontare con nuovo vigore le inchieste chiuse forse troppo frettolosamente e le indagini mai correttamente approfondite su una pratica assai diffusa che ha visto, tra gli anni Ottanta e Novanta, una quarantina di navi affondare misteriosamente nei punti più profondi del Mediterraneo». Così Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente commenta in una nota il ritrovamento del relitto nel mare di Cosenza.

DOSSIER DAL 1994 - «Abbiamo chiesto un incontro al Procuratore di Paola per offrire il nostro aiuto consegnando i dossier raccolti sin dal 1994 con i primi esposti presentati e l'ampia documentazione assemblata nel tempo sulle misteriose sparizioni di navi che non hanno mai lanciato il may-day mentre gli equipaggi si sono stranamente volatilizzati». Legambiente cita il caso della motonave Nikos I (1985), della Mikigan (1986), della Rigel (1987), della Rosso (ex Jolli Rosso, 1990), della Anni (1989), della Marco Polo (1993), della Koraline (1995). «Ora si riaprano le inchieste - ha concluso Nuccio Barillà di Legambiente Calabria - per perseguire i responsabili e monitorare il pericolo di contaminazione delle acque responsabili di patologie gravi per l'uomo e danni enormi all'ecosistema. Dobbiamo rilanciare la richiesta e l'impegno affinchè si approdi quanto prima alla verità sulle tante vicende legate all'intrigo radioattivo, caratterizzato da connivenze e reticenze a vari livelli e anche morti misteriose. Chiediamo misure serie ed immediate a tutela del diritto di sapere dei cittadini e per scongiurare che nel futuro fatti come questi tornino a verificarsi».

PRELIEVO DEI CAMPIONI - Nel frattempo saranno completate le operazioni di prelievo dei campioni da analizzare nei fondali del mare Tirreno a Cetraro, dove sabato è stato individuato un mercantile con fusti sospetti. Nell'ultimo fine settimana non è stato possibile terminare l'attività a causa delle forti correnti in profondità.

TASK FORCE DEL MINISTERO DELL'AMBIENTE - Intanto una task force del Ministero dell'Ambiente è pronta a operare nel mar Tirreno al largo della Calabria nella zona dove è stato individuato il relitto. A questo scopo si è svolto un vertice presso il Ministero dell'Ambiente alla presenza anche della Guardia Costiera, che è dotata di unità per la tutela ambientale attrezzate con le più moderne tecnologie. Intanto i mezzi navali antinquinamento utilizzati dal Ministero si stanno già dirigendo nella zona. «Obiettivo - conclude la nota - è quello di mettere in campo tutte le unità e le conoscenze tecniche che possano agevolare l'accertamento di ciò che è sepolto in fondo al Tirreno e, quindi, eventualmente programmare gli interventi necessari a salvaguardia dell'ambiente e della salute pubblica. Il ministero, in considerazione del fatto che la vicenda è oggetto di una inchiesta della magistratura, metterà mezzi e professionalità a disposizione della Procura competente, che è stata già contattata ed informata, al fine di operare in modo coordinato con l'obiettivo di un sollecito accertamento dei fatti e degli eventuali rischi di inquinamento».

14 settembre 2009
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http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_12/cosenza_nave_affondata_deposito_scorie_tossiche_131f672c-9fb5-11de-962b-00144f02aabc.shtml?fr=correlati

La tesi è accreditata da un pentito della 'ndrangheta. Scattate foto a 500 metri sul fondo


Cosenza, il giallo della nave affondata
Le cosche l'hanno usata per i rifiuti tossici


Un sottomarino telecomandato ha scoperto un vecchio mercantile al largo di Cetraro. Forse è pieno di scorie

MILANO - Una grossa nave mercantile, adagiata sul fondale antistante Cetraro, centro del Tirreno cosentino, è stata scoperta oggi dal mezzo telecomandato sottomarino della nave che la Regione Calabria sta utilizzando per fare luce sulla vicenda che vede la zona di mare del Tirreno come possibile deposito di scorie tossiche o forse anche radioattive. La scoperta è avvenuta nel pomeriggio, quando finalmente il robot è riuscito ad effettuare delle fotografie abbastanza nitide. Si tratta di un mercantile lungo almeno 120 metri con un profondo squarcio sulla prua dal quale si intravedono anche dei fusti. Due contenitori sono visibili anche all'esterno della nave. Dai primi accertamenti risulta che la stiva è piena, ma non si sa di quale materiale.

NAVE NON IDENTIFICATA - La nave, di cui si ignora al momento la denominazione, è quasi completamente ricoperta di vecchie reti, evidentemente appartenenti a pescherecci che negli anni hanno incrociato nella zona e che le hanno perse, perchè si sono impigliate sul grosso ostacolo. L'epoca della costruzione della nave affondata, secondo quanto emerso dai primi rilievi, risalirebbe agli anni '60-'70. Il luogo del ritrovamento è a circa 20 miglia nautiche dalla costa, ad una profondità di circa 480 metri. Solo dopo diversi giorni di tentativi, la nave di ricerca ha potuto raggiungere il luogo esatto, a causa del mare mosso. Le ricerche sono state effettuate dalla motonave «Coopernaut Franca», chiamata dalla Regione Calabria su disposizione del procuratore di Paola, Bruno Giordano, nell'ambito di un'inchiesta sull'illecito smaltimento di rifiuti tossici.

LE RIVELAZIONI DEL PENTITO - Le foto scattate sono adesso al vaglio dei tecnici, che cercheranno di individuare di quale nave si tratti. Il sospetto è che sia la Cursky, segnalata da un pentito, Francesco Fonti, in una dichiarazione spontanea, e descritta come una nave che trasportava 120 fusti di materiale tossico. Secondo Fonti, la nave farebbe parte di un gruppo di tre imbarcazioni, fatte sparire grazie all'aiuto della cosca Muto di Cetraro.

«ALLARGARE LE INDAGINI» - «Il ritrovamento della nave al largo di Cetraro conferma quanto Legambiente ha denunciato sin dal 1994, quando presentammo l'esposto che dette il via alle indagini sui relitti sospetti - dice Nuccio Barillá di Legambiente Calabria -. Il Comitato per la veritá sulle navi dei veleni non ha mai smesso di cercare di fare chiarezza sulle responsabilitá dei trafficanti e sulle eventuali conseguenze sanitarie degli affondamenti. Speriamo che ora la veritá venga finalmente a galla». «Da diverse indagini sui traffici illeciti dei rifiuti, a partire da quelle condotte dal Capitano di Corvetta Natale De Grazia, morto misteriosamente proprio nel corso di una indagine sulle cosiddette navi a perdere - fa poi notare il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri - emergono numerosi elementi a testimonianza che gli affondamenti di vecchie navi colme di rifiuti tossici siano stati frequenti e diffusi in varie aree. Speriamo che le indagini si allarghino anche a tutte le vecchie inchieste irrisolte a La Spezia come in Calabria o in Sicilia o in Alto Adriatico».

12 settembre 2009
(ultima modifica: 14 settembre 2009)

Wednesday, 30 April 2008

sarkozades mediterraneennes sauce financiere

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http://www.voltairenet.org/article156362.html

source: réseau voltaire

Un fiasco annoncé

L’Union méditerranéenne : la rhétorique sarkozyste à l’épreuve de la réalité

par Thierry Meyssan*

Emporté par son élan, Nicolas Sarkozy œuvre à la création d’une nouvelle organisation intergouvernementale : l’Union pour la Méditerranée (UPM). Une fausse bonne idée dont personne ne veut à l’exception du mouvement sioniste et de chefs d’entreprise en quête de protections politiques. Car derrière les beaux discours, le président français tente de réorganiser l’Union européenne autour d’un tandem franco-anglais et en ouvrant la porte à Israël bien que ce pays ne respecte pas le droit international.

30 avril 2008

Damas (Syrie)

Le soir de son élection, le 6 mai 2007, Nicolas Sarkozy, s’adressant à ses concitoyens et au monde, déclara avec emphase : « Je veux lancer un appel à tous les peuples de la Méditerranée pour leur dire que c’est en Méditerranée que tout va se jouer. Qu’il nous faut surmonter toutes les haines pour laisser la place à un grand rêve de paix et un grand rêve de civilisation. Je veux leur dire que le temps est venu de bâtir au centre une Union méditerranéenne, qui sera un trait d’union entre l’Europe et l’Afrique. Ce qui a été fait pour l’Union de l’Europe il y a 60 ans, nous allons le faire aujourd’hui pour l’union de la Méditerranée ».

L’Union pour la Méditerranée a en réalité débuté comme une gageure. Ce n’était qu’une pirouette pour se sortir d’un mauvais pas. C’est devenu une théorie géopolitique grandiose avant de sombrer dans les méandres bureaucratiques bruxellois qui offrent toujours une douce mort aux erreurs que l’on souhaite enterrer. De cette agitation, il ne reste pas grand-chose, sinon des titres à prendre et d’inutiles réunions internationales qui permettront à quelques hauts fonctionnaires de prendre du bon temps avec leurs femmes ou leurs maîtresses. Cependant, tout n’est pas perdu pour tout le monde : donnant du contenu au vide de la pensée sarkozyenne, un puissant « lobby d’affaires » s’est constitué qui entend bien profiter de ses relations politiques, tandis que le mouvement sioniste espère profiter de l’aubaine pour resserrer les liens entre Israël et les États européens sans avoir à rendre de comptes sur ses violations continuelles du droit international.

Comment transformer une formule rhétorique en projet politique

Au début de cette histoire était le dilemme turc. Depuis les balbutiements de l’Union européenne, les États-Unis souhaitent en faire coïncider les adhésions avec celles de l’OTAN. Mais les membres de l’Union, quant à eux, ont toujours exigé, comme condition préalable à l’entrée dans leur club, la fin des régimes militaires. Avec le temps, la CIA a renvoyé dans leurs casernes les généraux grecs, espagnols et portugais, mais a maintenu un système hybride en Turquie : au devant de la scène un gouvernement civil, en arrière-plan une junte militaire. Au début du XXIe siècle, la normalisation turque semblait acquise au point que l’entrée dans l’Union n’apparaissait plus que comme une question d’adaptation économique. Or, en 2003, les autorités civiles turques ont montré —pour la première fois— leur indépendance face aux États-Unis et de leur sens démocratique en refusant l’usage des bases OTAN pour attaquer illégalement l’Irak. Il s’en est suivi un revirement de la politique atlantiste, désormais favorable à un retour en force des militaires pro-US sur la scène turque. Jouant à fronts renversés, Jacques Chirac se fit le défenseur des civils turcs et de leur entrée dans l’Union, tandis que Nicolas Sarkozy leur faisait barrage. Pour se sortir de l’impasse, Sarkozy évoqua un projet de substitution : plutôt que de siéger à Bruxelles, la Turquie rejoindrait « l’Union pour la Méditerranée ».

La formule est élégante. Restait à savoir ce que pourrait bien être cette « Union pour la Méditerranée ».

Jamais à court d’idées, Henri Guaino, la plume agile du président, étoffa le concept en le reliant à des considérations historiques et géopolitiques. L’évolution de l’Union européenne avec son élargissement à l’Est devrait être compensée par une ouverture au Sud qui redonnerait à la France son rôle central. Une brillante idée, qui donna chair à de vibrants discours, mais qui pose beaucoup plus de problèmes qu’elle n’en résout.

En premier lieu, « équilibrer au Sud l’élargissement à l’Est » équivaut à dire que l’évolution de l’Union européenne avantage l’Allemagne et que la France doit en être dédommagée. Or, cette évolution a été pilotée conjointement par Paris et Berlin sans que ce grief ne soit jamais évoqué. L’Allemagne n’a donc aucune raison d’accepter la tardive facture qu’on lui présente.

Deuxièmement, dire que « la France retrouvera ainsi son rôle central », c’est affirmer qu’elle se pense désormais comme une puissance maritime, donc qu’elle se pose en rivale du Royaume-Uni qui exerce sa souveraineté sur Gilbratar, règne sur la Méditerranée et y a multiplié les bases navales. La Couronne britannique attend de voir quelle contrepartie pourrait compenser cette prétention.

Troisièmement, mettre en balance l’Est et le Sud, c’est annoncer aux Polonais et autres Tchèques que les fonds structurels qui leur sont destinés vont se tarir au profit des Méditerranéens. Aucun pays de l’Est n’a de raison, à peine entré dans l’UE, de laisser filer ses avantages pécuniaires.

Bref, la bonne idée de M. Guaino n’a pas seulement agrémenté de beaux discours, elle a suscité beaucoup d’inquiétudes et levé bien des ennemis. Au demeurant, elle n’a pas calmé les Turcs pour qui « un tiens vaut mieux que deux tu l’auras ».

Vint enfin la besogneuse réaction des eurocrates. Pour eux, tout dossier concurrent de l’UE doit être condamné à la machine à broyer ; tandis que tout projet ajoutant de la complexité au système et produisant des postes à pourvoir et à répartir est le bienvenu. Surgissant de bureaux inconnus, situés dans des couloirs sans fin, des fonctionnaires de la Commission vinrent plaider pour les programmes en cours —pas toujours efficaces, mais sûrement coûteux et pétris de bonnes intentions— ; tandis que des fonctionnaires du Conseil réanimaient le moribond « Processus de Barcelone » et la comateuse « Politique de bon voisinage ». Une fourmilière d’experts, courant dans une jungle de comités, rédigèrent des myriades de notes de synthèse que l’on traduisit dans une kyrielle de langues exotiques avant de les classer dans des sous-sols sécurisés pour les générations futures.

Lorsque le bruit des imprimantes bruxelloises se tût, Henri Guaino mesura à Paris que la Méditerranée, loin d’être un espace abandonné depuis des siècles, est quadrillée de toutes parts.

Le pire était à venir.

Nicolas Sarkozy, habité par on ne sait lequel de ses démons, corsa un peu son plat en ajoutant cette épice de trop qui le rend immangeable. L’Union de la Méditerranée allait permettre de dépasser les clivages anciens et de réconcilier les peuples. Bref, avec une appétissante carotte économique, on allait faire avaler aux pays arabes l’amère pilule israélienne qu’ils ne parviennent pas digérer depuis 60 ans.

À ce stade, l’incrédulité laisse place à la stupeur et à l’indignation. Le président tunisien, Ben Ali, qui ponctuait chaque déclaration sarkozyenne d’un communiqué approbateur, en devint muet. Son homologue algérien, Bouteflika, fut repris d’aigreurs estomac. Quand aux Turcs, également ulcérés, ils s’indignèrent qu’on les instrumente en cheval de Troie. À partir de ce moment, les puissances les plus diverses, dépassant leurs divergences, se liguèrent implicitement pour faire échouer le projet.

Comment éteindre l’incendie en dégonflant la baudruche

Dès les premiers jours, les Premiers ministres italien et espagnol, Romano Prodi et José-Luis Zapatero, se précipitèrent pour apporter leur « soutien » au président Sarkozy avec la vélocité des vigiles qui ont vu un éléphant entrer dans un magasin de porcelaine. Pour border le Français, l’Italien n’a cessé de répéter à la presse « Je vous prie de ne pas penser que cette proposition que nous sommes en train de formuler pour une grande politique de la Méditerranée est de quelque façon que ce soit une échappatoire pour résoudre le problème de nos relations avec la Turquie ». Tandis que l’Espagnol applaudissait à tout rompre en feignant de croire que Paris souhaitait relancer le « Processus de Barcelone » dont Madrid est en charge.

En définitive, le 20 décembre 2007, les trois hommes signèrent ensemble un Appel de Rome pour Union pour la Méditerranée et posèrent pour une photo historique. Nicolas Sarkozy était heureux car le cliché semble manifester l’enthousiasme de ses partenaires pour sa bonne idée. Mais l’important est ailleurs : le président français n’est plus au centre, son initiative est enterrée sous les sourires. Le paragraphe final de l’Appel est sans ambiguïté : « Le Processus de Barcelone et la politique européenne de voisinage resteront, donc, centraux dans le partenariat entre l’Union européenne dans son ensemble et ses partenaires de la Méditerranée. L’Union pour la Méditerranée n’interfèrera ni dans le processus de stabilisation et d’association pour les pays concernés, ni dans le processus de négociation en cours entre l’Union européenne et la Croatie, d’une part, entre l’Union européenne et la Turquie, d’autre part. »

Avec un peu de recul, les Allemands analysèrent différemment la situation, en fonction de leur interprétation de la personnalité et du rôle prévisible de Nicolas Sarkozy. Ils en arrivèrent à la conclusion que le président français avait l’intention de négliger les intérêts de son pays au profit de ceux des Anglo-Saxons. Il en résulterait qu’il allait tenter de détruire le couple franco-allemand —moteur historique de la construction européenne— pour lui substituer un couple franco-anglais, en vue de la dissolution de l’Union européenne dans un magma transatlantique. Dans cette perspective, l’Élysée utiliserait l’Union méditerranéenne comme cheval de Troie anti-allemand.

Faisant de cette affaire une question vitale pour son pays, la chancelière allemande Angela Merkel haussa le ton. Le rapport de force devint si intense qu’elle annula plusieurs rencontres politiques avec Nicolas Sarkozy, y compris un sommet bimestriel, n’acceptant de rencontrer son homologue qu’en des occasions protocolaires tant qu’il n’aurait pas cédé. En définitive, Berlin a contraint Paris à vider son projet de toute substance. Une note d’à peine plus d’une page, adressée par Henri Guaino, le 12 mars 2008, aux chefs d’État et de gouvernement européen clôt la polémique : « l’Union méditerranéenne » est devenue « Union pour la Méditerranée » afin de manifester l’absence de concurrence. Ses compétences ont été réduites à celles du « Processus de Barcelone », ce qui revient à dire que l’on s’est contenté d’inventer une nouvelle dénomination pour ledit processus. Le seul élément qui reste, c’est la création d’un secrétariat permanent dont le « Processus de Barcelone » était dépourvu. Il est vrai que l’Élysée avait déjà promis ici et là des sinécures et des voitures de fonction. Toutefois, si Angela Merkel a gagné cette bataille, elle sait que ce n’est que partie remise avec le tropisme anglo-saxon de Nicolas Sarkozy.

Comment transformer un échec politique en opportunité économique

L’Appel de Rome indique : « La valeur ajoutée de l’Union pour la Méditerranée devrait résider d’abord dans l’élan politique qu’elle devrait donner à la coopération autour de la Méditerranée et à la mobilisation des sociétés civiles, des entreprises, des collectivités locales, des associations et des ONG ». Pour comprendre cette mystérieuse phrase qui évoque une confusion entre public et privé, tournons nous vers un aspect moins médiatisé de cette histoire.

Le 19 septembre 2007, Nicolas Sarkozy confie le dossier à l’ambassadeur Alain Le Roy. À ce moment là, on parle encore de « marché commun méditerranéen ». Le Roy est un très proche de Bernard Kouchner, qui en avait fait son préfet à Pec (Sud-Ouest du Kosovo) lorsqu’il était Haut représentant de l’ONU au Kosovo.

À la recherche de projets concrets dont l’Union pourrait s’occuper, Le Roy se rapproche d’un groupe d’industriels animé par son ami, le socialiste Jean-Louis Guigou (lui-même ancien directeur de l’Aménagement du territoire et par ailleurs époux de l’ancienne ministre des Affaires européennes, Élisabeth Guigou). En février 2006, Guigou a créé un Institut de prospective économique du monde méditerranéen (IPMed). Son objectif initial était de fournir du renseignement économique à quelques grandes sociétés (Air France, Environnement, Caisse Nationale des Caisses d’Epargne, CEVITAL, France Telecom, KPMG, Laboratoires Servier, Crédit Agricole du Maroc, Danone et l’Union Tunisienne des Industries du Commerce et de l’Artisanat) et à la région Provence-Alpes-Côte d’Azur (dont Élisabeth Guigou a été élue de 1992 à 2001). Il se proposait aussi de leur ouvrir son carnet d’adresses pour les aider à conquérir de nouveaux marchés. Jean-Louis Guigou avait prévu de créer à terme une Fondation d’entreprise qui aurait pu bénéficier de certains avantages fiscaux pour financer une partie de son activité.

Malgré son titre ronflant, l’IPMed n’envisageait son activité qu’entre la France et le Maghreb. Mais l’occasion était trop belle. Le Roy et Guigou sélectionnent alors quatorze projets qui pourraient à la fois justifier de l’existence d’un organisme aussi lourd que l’Union et satisfaire les appétits des sociétés amies. La grandiose vision géopolitique d’Henri Guaino se mue en une vulgaire opération de lobbying commercial.

Tout s’accélère. Se greffant sur la fuite en avant sarkozyenne, la Fondation pour le monde méditerranéen est lancée à l’Élysée par le président de la République, le 11 octobre, à la sortie d’un entretien avec le milliardaire libano-saoudien Saad Hariri. Cependant, une fois encore, le président a mis la charrue avant les bœufs : la structure juridique n’est pas encore formée, les invités de l’Élysée se contentent de signer un Protocole d’accord [1]. On organise donc une seconde cérémonie, le 11 décembre au ministère des Affaires étrangères. C’est l’occasion pour ceux qui ont flairé la bonne affaire de rejoindre l’IPMed : Areva, SNCF, La Poste, EADS, EDF, les régions Rhônes-Alpes, Aquitaine et Languedoc-Roussillon, le groupe syrien Joud Co, Royal Air Maroc, le groupe espagnol Acciona, la société espagnole Enagas, l’opérateur Portugal Telecom SGPS, la Turkish Industrialists and Businessmen Association, la société algérienne Net-Skills, le groupe algérien Fruital, le groupe libanais INDEVCO, la société tunisienne Setcar, l’Union Méditerranéenne des Confédérations d’Entreprises, etc.

La montagne accouche d’une souris. On griffonne des projets faramineux sur des coins de table sans aucune réflexion préalable sur les problèmes politiques de la région et ses besoins économiques.

Avant toute chose, le tandem Le Roy-Guigou pousse trois projets :
- Pour satisfaire Charles Milhaud [2] et les banques : création d’un institut financier qui « canalise » les 5 à 10 milliards d’euros que les immigrés maghrébins en Europe transfèrent chaque année dans leurs pays pour nourrir leurs familles ;
- Pour satisfaire Gérard Mestrallet [3] et diverses sociétés : dépolluer la Méditerranée (à défaut d’être productif, c’est très tendance et ça peut rapporter gros) ;
- Pour satisfaire les régions : réguler le marché méditerranéen des fruits et légumes.

Comment blanchir les ambitions israéliennes

Autre lobby à s’engouffrer dans la brèche : le Forum de Paris, une association créée par l’ancien président de Radio Shalom, Albert Mallet, et liée à TF1 et à Marianne. Elle organise du 28 au 30 mars 2008 un colloque haut de gamme sur le projet d’Union pour la Méditerranée. Parmi les orateurs, on retrouve bien sur Henri Guaino, l’ambassadeur Alain Le Roy, Jean-Louis et Élisabeth Guigou, Charles Milhaud, Jean-Louis Chaussade (l’adjoint de Gérard Mestrallet qui était occupé ailleurs) etc. mais surtout l’ambassadeur André Azoulay (représentant officieux du roi du Maroc) [4] et l’ambassadeur Elie Barnavie (représentant Israël). On y célèbre l’identité transméditerranéenne et l’on se gargarise avec le « Processus de paix israélo-palestinien » pour mieux faire l’impasse sur la nature du régime sioniste, la longue errance des réfugiés Palestiniens au Proche-Orient, l’apartheid en Israël et dans les Territoires occupés, la torture, les guerres expansionnistes, l’annexion des fermes libanaises de Chebaa et du plateau syrien du Golan.

Au Quai d’Orsay —en cours de « désarabisation »—, on tire la sonnette d’alarme : c’est précisément la réalité du conflit israélo-arabe qui a bloqué toute avancée du « Processus de Barcelone », et non pas l’arrogance des pays du Nord comme tente de le faire croire Nicolas Sarkozy. À l’Élysée —en cours de « sionisation »—, on invite le président à plus d’humilité : si certains chefs d’État arabes sont acquis à Israël, leurs opinions publiques ne les laisseront pas faire n’importe quoi. Plusieurs projets risquent de se télescoper [5].

Le président de la République a déjà différé son voyage en Israël de manière à ne pas irriter ses électeurs en posant aux côtés de Shimon Peres et de George W. Bush pour les 60 ans de l’État hébreu. Il s’y rendra un peu plus tard et prononcera un discours à la Knesset. Mais une position partisane trop affichée pourrait révulser les pays arabes et les dissuader de participer à l’Union.

Comment gérera-t-on le cas Bashar el-Assad ? La Syrie est un pays méditerranéen, qui plus est présidente en exercice de la Ligue arabe, elle sera donc invitée au sommet fondateur de l’Union, les 13 et 14 juillet. Mais le président Bashar el-Assad est aussi le fer de lance politique de la résistance arabe à l’impérialisme états-unien et au colonialisme sioniste. Après avoir affirmé qu’il n’était pas fréquentable, il faudra bien lui serrer la main, s’il se déplace. Comment le Protocole organisera-t-il les sièges des chefs d’État et la photographie finale ?

Surtout, le président imagine depuis un an inviter à défiler ce même 14 juillet sur les Champs-Élysées une unité de l’armée israélienne et une autre de la garde présidentielle de l’Autorité palestinienne pour symboliser la paix. Il parait difficile d’obliger les chefs d’État arabes, invités au sommet fondateur de l’Union et à ce titre présents dans la tribune officielle, à assister sans broncher à cette parade de l’armée d’occupation sioniste et de ses collaborateurs palestiniens.

À force de confondre politique et show-biz, le président français pourrait se placer lui-même dans une impasse.

[1] Cette cérémonie ratée ne figure pas sur l’agenda officiel du palais de l’Élysée en espérant que les historiens l’oublieront.
[2] Charles Milhaud est directeur de la Caisse nationale des Caisses d’épargne.
[3] Gérard Mestrallet est le patron de Suez.
[4] André Azoulay est ambassadeur de la principauté de Monaco, où il réside, et conseiller du roi Mohammed VI du Maroc.
[5] « Nicolas Sarkozy, la France et Israël », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 17 février 2008.