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REGGIO CALABRIA — «Avevamo bisogno di affondare delle navi che ci erano state commissionate ed erano al largo di Cetraro. Ci serviva un motoscafo per portare l’esplosivo da riva fino al largo». È il 21 aprile 2006 e a Milano un magistrato antimafia raccoglie la testimonianza del pentito Francesco Fonti, che dal 1966 fino al gennaio del ’94, quando è iniziata la sua collaborazione con la giustizia, ha fatto parte della ’ndrangheta: entrato da picciotto e uscito con la «dote» di vangelo dalla famiglia Romeo, padroni di San Luca. Fonti parla di un episodio che fa risalire al 1993: l’affondamento, con tanto di truffa all’assicurazione, di una nave carica di rifiuti radioattivi nel Tirreno.
Lui c’era e ricorda: «Nelle navi in quel momento c’era una certa quantità di fusti che non erano stati smaltiti all’estero...». I motoscafi li procurò Franco Muto, boss di Cetraro, al quale andarono 200 milioni di lire per il disturbo; dall’Olanda arrivarono una decina di casse di esplosivo militare; il carico finito in fondo al mare, invece, secondo il pentito era di origine norvegese. Al magistrato racconta i preparativi con Muto: «Ci siamo incontrati in quel negozio di mobili. Spaccarotelle è il nome del mobilificio. Noi gli abbiamo detto che avevamo bisogno di un paio di motoscafi e lui ha detto: 'No, non ci sono problemi. Quanto grandi li volete? Da altura, da mezzo mare?'. E ci procurò due motoscafi. Noi caricammo... il materiale esplosivo l’avevamo portato da San Luca e, da Cetraro Marina, alla fine del lato Nord, c’erano i motoscafi, fin là si può arrivare anche con le macchine sulla strada interna del lungomare... Abbiamo preso le casse di esplosivo, le abbiamo messe sui motoscafi e siamo partiti al largo, siamo arrivati alle navi, gli autisti dei motoscafi hanno aspettato, noi abbiamo fatto il trasbordo e le abbiamo lasciate lì. Il giorno dopo siamo tornati di nuovo per sistemare l’esplosivo nei punti dove doveva esplodere per far imbarcare l’acqua e mandarle a fondo. Solamente che affondarle tutte e tre assieme lì abbiamo pensato che non era tanto intelligente, e abbiamo deciso una di farla affondare lì, le altre due di mandarle una verso lo Ionio, a Metaponto, e l’altra verso Maratea ». Il magistrato, quasi stupito, gli chiede del viaggio a Metaponto, e Fonti spiega: «Ma sopra c’era l’equipaggio eh...! Faceva tutto il giro» dello Stretto di Messina.
Qualcuno sostiene che nel Mediterraneo la criminalità organizzata, dagli anni ’80, potrebbe aver affondato decine di navi cariche di veleni. Sono state disegnate trame complicatissime, che coinvolgerebbero uomini dei servizi, politici, faccendieri di tutto il mondo, fra Olanda e Somalia, Calabria ed ex Jugoslavia.
Molte cose restano da verificare, ed è difficile. «Ma il velo è squarciato, nessuno può più sostenere che le navi non ci sono», dice Bruno Giordano, capo della Procura di Paola dal luglio 2008. È il magistrato che ha riannodato le fila di un’inchiesta che si trascinava da tempo. Prima ha scoperto lungo il greto del torrente Oliva, tra Aiello Calabro e Serra d’Aiello, la presenza di metalli pesanti, radioattività di origine artificiale, «quantità rilevantissime di mercurio». Poi, mesi fa, sul suo tavolo è arrivato un documento dell’Arpacal, una rilevazione condotta nel Tirreno: fuori da Cetraro sottacqua c’era qualcosa di lungo, almeno 80 metri. La Marina non aveva mezzi a disposizione, Giordano si è rivolto a Silvio Greco, assessore all’Ambiente della Regione Calabria e biologo marino, che ha trovato un robot in grado di ispezionare i fondali. E siamo a sabato scorso: a 500 metri di profondità, al largo di Cetraro, nel tratto di mare indicato da Fonti, il robot filma un relitto. «Laggiù la pressione è 50 atmosfere — dice Greco —: la telecamera ha inquadrato almeno un fusto quasi del tutto schiacciato. Gli altri dovrebbero essere nella stiva: ora bisogna capire che cosa contengono e come trattarli. Poi vanno cercate le altre due navi di cui parla il pentito ». Francesco Fonti non fa più parte del programma di protezione per collaboratori di giustizia, si nasconde in centro Italia, ma se il suo racconto è attendibile, e ora smentirlo è più difficile, le altre due navi potrebbero trovarsi fra 3 e 5 mila metri di profondità. Oggi Greco sarà a Roma, a parlare con i tecnici del ministero dell’Ambiente. Forse un giorno verrà ascoltato anche il dottor Giacomino Brancati, medico e consulente della Procura. La sua relazione fa paura. «Si può confermare l’esistenza di un eccesso statisticamente significativo di mortalità nel distretto di Amantea rispetto al restante territorio regionale, dal ‘92 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d’Aiello, Amantea, Cleto e Malito ». Parla di tumori maligni di colon, retto, fegato, mammella. Invita a indagare lungo il corso dell’Oliva.
Ancora dal verbale di Fonti: «Avvenne di sera, era buio. Eravamo già gennaio, quindi verso le 7 e mezzo di sera... C’erano dei detonatori, però a breve portata, mi sembra 300 metri. Sono stati fatti brillare dal motoscafo». Quante altre volte è successo? E chi ha comprato i servizi della ‘ndrangheta per liberarsi di rifiuti tossici?
«La lunghezza e il tipo di scafo fanno pensare che si tratti di quella usata dalle cosche indicata dal pentito Fonti»
ROMA - Navi dei veleni, a fondo. L'ultima probabilmente è quella scoperta nel Tirreno Cosentino, grazie alle rivelazioni di un pentito. Sono anni che se ne parla: naufragi dolosi, al largo delle nostre coste e, più spesso, di fronte a quelle dei paesi del terzo mondo, Africa in particolare.
IL PROCURATORI: «PROBABILE CHE SI TRATTI DELLA "CUNSKY"» - «Attendiamo i risultati delle analisi che verranno effettuate sui sedimenti superficiali prelevati nei pressi del relitto». Bruno Giordano, Procuratore di Paola (CS), è prudente riguardo la nave scoperta al largo di Cetraro e che si sospetta sia la Cunsky, l'imbarcazione con scorie tossiche inabissatasi misteriosamente anni addietro. «Per il contenuto esatto dei bidoni, - spiega il magistrato - saranno però risolutivi i prossimi accertamenti. Se sia poi davvero la nave di cui parla il pentito Fonti, questo lo dirò solo quando avremo tutte le prove. Certo, una serie di elementi lo fanno pensare: la lunghezza complessiva, tra i 110 e i 120 metri, la relativamente recente costruzione, perché non presenta bullonature ma le lamiere sono saldate, il fatto che non sia registrata come affondata, tutto ciò fa pensare che sia una delle tre navi indicate dal pentito. Lo disse lui - conclude Giordano - che le navi fatte affondare in quell'area erano tre». Il procuratore è stato convocato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti il prossimo 24 settembre. La Commissione ha convocato per la stessa seduta anche l'assessore all'Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco.
WWF: «10 ANNI DI DOMANDE SENZA RISPOSTE» -
«Sono dieci le domande che il Wwf da oltre dieci anni pone alle autorità, alle quali fino a oggi non è mai stata data mai risposta», scrive il Wwf Italia in un comunicato. Risale infatti al 1997 il primo intervento pubblico del Wwf che richiamava una pericolosa «connection» tra il traffico illecito di rifiuti e la Liguria, in particolare il porto di La Spezia. Da allora il Wwf ha richiamato più volte le Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, a quelle sulla criminalità organizzata, a quelle sui servizi di informazione e sicurezza fino alle Commissioni che indagavano sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Tra le altre cose, il Wwf chiedeva al ministro dell'Interno di verificare quale fosse su scala internazionale e nazionale il ruolo della criminalità organizzata nella gestione del traffico illecito via mare di rifiuti radioattivi e di come questo si intrecci al traffico d’armi.
LEGAMBIENTE: «SI INDAGHI ANCHE SUGLI ALTRI CASI» - «L'importante ritrovamento del relitto affondato a largo di Cetraro speriamo permetterà di affrontare con nuovo vigore le inchieste chiuse forse troppo frettolosamente e le indagini mai correttamente approfondite su una pratica assai diffusa che ha visto, tra gli anni Ottanta e Novanta, una quarantina di navi affondare misteriosamente nei punti più profondi del Mediterraneo». Così Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente commenta in una nota il ritrovamento del relitto nel mare di Cosenza.
DOSSIER DAL 1994 - «Abbiamo chiesto un incontro al Procuratore di Paola per offrire il nostro aiuto consegnando i dossier raccolti sin dal 1994 con i primi esposti presentati e l'ampia documentazione assemblata nel tempo sulle misteriose sparizioni di navi che non hanno mai lanciato il may-day mentre gli equipaggi si sono stranamente volatilizzati». Legambiente cita il caso della motonave Nikos I (1985), della Mikigan (1986), della Rigel (1987), della Rosso (ex Jolli Rosso, 1990), della Anni (1989), della Marco Polo (1993), della Koraline (1995). «Ora si riaprano le inchieste - ha concluso Nuccio Barillà di Legambiente Calabria - per perseguire i responsabili e monitorare il pericolo di contaminazione delle acque responsabili di patologie gravi per l'uomo e danni enormi all'ecosistema. Dobbiamo rilanciare la richiesta e l'impegno affinchè si approdi quanto prima alla verità sulle tante vicende legate all'intrigo radioattivo, caratterizzato da connivenze e reticenze a vari livelli e anche morti misteriose. Chiediamo misure serie ed immediate a tutela del diritto di sapere dei cittadini e per scongiurare che nel futuro fatti come questi tornino a verificarsi».
PRELIEVO DEI CAMPIONI - Nel frattempo saranno completate le operazioni di prelievo dei campioni da analizzare nei fondali del mare Tirreno a Cetraro, dove sabato è stato individuato un mercantile con fusti sospetti. Nell'ultimo fine settimana non è stato possibile terminare l'attività a causa delle forti correnti in profondità.
TASK FORCE DEL MINISTERO DELL'AMBIENTE - Intanto una task force del Ministero dell'Ambiente è pronta a operare nel mar Tirreno al largo della Calabria nella zona dove è stato individuato il relitto. A questo scopo si è svolto un vertice presso il Ministero dell'Ambiente alla presenza anche della Guardia Costiera, che è dotata di unità per la tutela ambientale attrezzate con le più moderne tecnologie. Intanto i mezzi navali antinquinamento utilizzati dal Ministero si stanno già dirigendo nella zona. «Obiettivo - conclude la nota - è quello di mettere in campo tutte le unità e le conoscenze tecniche che possano agevolare l'accertamento di ciò che è sepolto in fondo al Tirreno e, quindi, eventualmente programmare gli interventi necessari a salvaguardia dell'ambiente e della salute pubblica. Il ministero, in considerazione del fatto che la vicenda è oggetto di una inchiesta della magistratura, metterà mezzi e professionalità a disposizione della Procura competente, che è stata già contattata ed informata, al fine di operare in modo coordinato con l'obiettivo di un sollecito accertamento dei fatti e degli eventuali rischi di inquinamento».
MILANO - Una grossa nave mercantile, adagiata sul fondale antistante Cetraro, centro del Tirreno cosentino, è stata scoperta oggi dal mezzo telecomandato sottomarino della nave che la Regione Calabria sta utilizzando per fare luce sulla vicenda che vede la zona di mare del Tirreno come possibile deposito di scorie tossiche o forse anche radioattive. La scoperta è avvenuta nel pomeriggio, quando finalmente il robot è riuscito ad effettuare delle fotografie abbastanza nitide. Si tratta di un mercantile lungo almeno 120 metri con un profondo squarcio sulla prua dal quale si intravedono anche dei fusti. Due contenitori sono visibili anche all'esterno della nave. Dai primi accertamenti risulta che la stiva è piena, ma non si sa di quale materiale.
NAVE NON IDENTIFICATA - La nave, di cui si ignora al momento la denominazione, è quasi completamente ricoperta di vecchie reti, evidentemente appartenenti a pescherecci che negli anni hanno incrociato nella zona e che le hanno perse, perchè si sono impigliate sul grosso ostacolo. L'epoca della costruzione della nave affondata, secondo quanto emerso dai primi rilievi, risalirebbe agli anni '60-'70. Il luogo del ritrovamento è a circa 20 miglia nautiche dalla costa, ad una profondità di circa 480 metri. Solo dopo diversi giorni di tentativi, la nave di ricerca ha potuto raggiungere il luogo esatto, a causa del mare mosso. Le ricerche sono state effettuate dalla motonave «Coopernaut Franca», chiamata dalla Regione Calabria su disposizione del procuratore di Paola, Bruno Giordano, nell'ambito di un'inchiesta sull'illecito smaltimento di rifiuti tossici.
LE RIVELAZIONI DEL PENTITO - Le foto scattate sono adesso al vaglio dei tecnici, che cercheranno di individuare di quale nave si tratti. Il sospetto è che sia la Cursky, segnalata da un pentito, Francesco Fonti, in una dichiarazione spontanea, e descritta come una nave che trasportava 120 fusti di materiale tossico. Secondo Fonti, la nave farebbe parte di un gruppo di tre imbarcazioni, fatte sparire grazie all'aiuto della cosca Muto di Cetraro.
«ALLARGARE LE INDAGINI» - «Il ritrovamento della nave al largo di Cetraro conferma quanto Legambiente ha denunciato sin dal 1994, quando presentammo l'esposto che dette il via alle indagini sui relitti sospetti - dice Nuccio Barillá di Legambiente Calabria -. Il Comitato per la veritá sulle navi dei veleni non ha mai smesso di cercare di fare chiarezza sulle responsabilitá dei trafficanti e sulle eventuali conseguenze sanitarie degli affondamenti. Speriamo che ora la veritá venga finalmente a galla». «Da diverse indagini sui traffici illeciti dei rifiuti, a partire da quelle condotte dal Capitano di Corvetta Natale De Grazia, morto misteriosamente proprio nel corso di una indagine sulle cosiddette navi a perdere - fa poi notare il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri - emergono numerosi elementi a testimonianza che gli affondamenti di vecchie navi colme di rifiuti tossici siano stati frequenti e diffusi in varie aree. Speriamo che le indagini si allarghino anche a tutte le vecchie inchieste irrisolte a La Spezia come in Calabria o in Sicilia o in Alto Adriatico».
12 settembre 2009L’Union pour la Méditerranée a en réalité débuté comme une gageure. Ce n’était qu’une pirouette pour se sortir d’un mauvais pas. C’est devenu une théorie géopolitique grandiose avant de sombrer dans les méandres bureaucratiques bruxellois qui offrent toujours une douce mort aux erreurs que l’on souhaite enterrer. De cette agitation, il ne reste pas grand-chose, sinon des titres à prendre et d’inutiles réunions internationales qui permettront à quelques hauts fonctionnaires de prendre du bon temps avec leurs femmes ou leurs maîtresses. Cependant, tout n’est pas perdu pour tout le monde : donnant du contenu au vide de la pensée sarkozyenne, un puissant « lobby d’affaires » s’est constitué qui entend bien profiter de ses relations politiques, tandis que le mouvement sioniste espère profiter de l’aubaine pour resserrer les liens entre Israël et les États européens sans avoir à rendre de comptes sur ses violations continuelles du droit international.
Au début de cette histoire était le dilemme turc. Depuis les balbutiements de l’Union européenne, les États-Unis souhaitent en faire coïncider les adhésions avec celles de l’OTAN. Mais les membres de l’Union, quant à eux, ont toujours exigé, comme condition préalable à l’entrée dans leur club, la fin des régimes militaires. Avec le temps, la CIA a renvoyé dans leurs casernes les généraux grecs, espagnols et portugais, mais a maintenu un système hybride en Turquie : au devant de la scène un gouvernement civil, en arrière-plan une junte militaire. Au début du XXIe siècle, la normalisation turque semblait acquise au point que l’entrée dans l’Union n’apparaissait plus que comme une question d’adaptation économique. Or, en 2003, les autorités civiles turques ont montré —pour la première fois— leur indépendance face aux États-Unis et de leur sens démocratique en refusant l’usage des bases OTAN pour attaquer illégalement l’Irak. Il s’en est suivi un revirement de la politique atlantiste, désormais favorable à un retour en force des militaires pro-US sur la scène turque. Jouant à fronts renversés, Jacques Chirac se fit le défenseur des civils turcs et de leur entrée dans l’Union, tandis que Nicolas Sarkozy leur faisait barrage. Pour se sortir de l’impasse, Sarkozy évoqua un projet de substitution : plutôt que de siéger à Bruxelles, la Turquie rejoindrait « l’Union pour la Méditerranée ».
La formule est élégante. Restait à savoir ce que pourrait bien être cette « Union pour la Méditerranée ».
Jamais à court d’idées, Henri Guaino, la plume agile du président, étoffa le concept en le reliant à des considérations historiques et géopolitiques. L’évolution de l’Union européenne avec son élargissement à l’Est devrait être compensée par une ouverture au Sud qui redonnerait à la France son rôle central. Une brillante idée, qui donna chair à de vibrants discours, mais qui pose beaucoup plus de problèmes qu’elle n’en résout.
En premier lieu, « équilibrer au Sud l’élargissement à l’Est » équivaut à dire que l’évolution de l’Union européenne avantage l’Allemagne et que la France doit en être dédommagée. Or, cette évolution a été pilotée conjointement par Paris et Berlin sans que ce grief ne soit jamais évoqué. L’Allemagne n’a donc aucune raison d’accepter la tardive facture qu’on lui présente.
Deuxièmement, dire que « la France retrouvera ainsi son rôle central », c’est affirmer qu’elle se pense désormais comme une puissance maritime, donc qu’elle se pose en rivale du Royaume-Uni qui exerce sa souveraineté sur Gilbratar, règne sur la Méditerranée et y a multiplié les bases navales. La Couronne britannique attend de voir quelle contrepartie pourrait compenser cette prétention.
Troisièmement, mettre en balance l’Est et le Sud, c’est annoncer aux Polonais et autres Tchèques que les fonds structurels qui leur sont destinés vont se tarir au profit des Méditerranéens. Aucun pays de l’Est n’a de raison, à peine entré dans l’UE, de laisser filer ses avantages pécuniaires.
Bref, la bonne idée de M. Guaino n’a pas seulement agrémenté de beaux discours, elle a suscité beaucoup d’inquiétudes et levé bien des ennemis. Au demeurant, elle n’a pas calmé les Turcs pour qui « un tiens vaut mieux que deux tu l’auras ».
Vint enfin la besogneuse réaction des eurocrates. Pour eux, tout dossier concurrent de l’UE doit être condamné à la machine à broyer ; tandis que tout projet ajoutant de la complexité au système et produisant des postes à pourvoir et à répartir est le bienvenu. Surgissant de bureaux inconnus, situés dans des couloirs sans fin, des fonctionnaires de la Commission vinrent plaider pour les programmes en cours —pas toujours efficaces, mais sûrement coûteux et pétris de bonnes intentions— ; tandis que des fonctionnaires du Conseil réanimaient le moribond « Processus de Barcelone » et la comateuse « Politique de bon voisinage ». Une fourmilière d’experts, courant dans une jungle de comités, rédigèrent des myriades de notes de synthèse que l’on traduisit dans une kyrielle de langues exotiques avant de les classer dans des sous-sols sécurisés pour les générations futures.
Lorsque le bruit des imprimantes bruxelloises se tût, Henri Guaino mesura à Paris que la Méditerranée, loin d’être un espace abandonné depuis des siècles, est quadrillée de toutes parts.
Le pire était à venir.
Nicolas Sarkozy, habité par on ne sait lequel de ses démons, corsa un peu son plat en ajoutant cette épice de trop qui le rend immangeable. L’Union de la Méditerranée allait permettre de dépasser les clivages anciens et de réconcilier les peuples. Bref, avec une appétissante carotte économique, on allait faire avaler aux pays arabes l’amère pilule israélienne qu’ils ne parviennent pas digérer depuis 60 ans.
À ce stade, l’incrédulité laisse place à la stupeur et à l’indignation. Le président tunisien, Ben Ali, qui ponctuait chaque déclaration sarkozyenne d’un communiqué approbateur, en devint muet. Son homologue algérien, Bouteflika, fut repris d’aigreurs estomac. Quand aux Turcs, également ulcérés, ils s’indignèrent qu’on les instrumente en cheval de Troie. À partir de ce moment, les puissances les plus diverses, dépassant leurs divergences, se liguèrent implicitement pour faire échouer le projet.
Comment éteindre l’incendie en dégonflant la baudrucheEn définitive, le 20 décembre 2007, les trois hommes signèrent ensemble un Appel de Rome pour Union pour la Méditerranée et posèrent pour une photo historique. Nicolas Sarkozy était heureux car le cliché semble manifester l’enthousiasme de ses partenaires pour sa bonne idée. Mais l’important est ailleurs : le président français n’est plus au centre, son initiative est enterrée sous les sourires. Le paragraphe final de l’Appel est sans ambiguïté : « Le Processus de Barcelone et la politique européenne de voisinage resteront, donc, centraux dans le partenariat entre l’Union européenne dans son ensemble et ses partenaires de la Méditerranée. L’Union pour la Méditerranée n’interfèrera ni dans le processus de stabilisation et d’association pour les pays concernés, ni dans le processus de négociation en cours entre l’Union européenne et la Croatie, d’une part, entre l’Union européenne et la Turquie, d’autre part. »
Avec un peu de recul, les Allemands analysèrent différemment la situation, en fonction de leur interprétation de la personnalité et du rôle prévisible de Nicolas Sarkozy. Ils en arrivèrent à la conclusion que le président français avait l’intention de négliger les intérêts de son pays au profit de ceux des Anglo-Saxons. Il en résulterait qu’il allait tenter de détruire le couple franco-allemand —moteur historique de la construction européenne— pour lui substituer un couple franco-anglais, en vue de la dissolution de l’Union européenne dans un magma transatlantique. Dans cette perspective, l’Élysée utiliserait l’Union méditerranéenne comme cheval de Troie anti-allemand.
Faisant de cette affaire une question vitale pour son pays, la chancelière allemande Angela Merkel haussa le ton. Le rapport de force devint si intense qu’elle annula plusieurs rencontres politiques avec Nicolas Sarkozy, y compris un sommet bimestriel, n’acceptant de rencontrer son homologue qu’en des occasions protocolaires tant qu’il n’aurait pas cédé. En définitive, Berlin a contraint Paris à vider son projet de toute substance. Une note d’à peine plus d’une page, adressée par Henri Guaino, le 12 mars 2008, aux chefs d’État et de gouvernement européen clôt la polémique : « l’Union méditerranéenne » est devenue « Union pour la Méditerranée » afin de manifester l’absence de concurrence. Ses compétences ont été réduites à celles du « Processus de Barcelone », ce qui revient à dire que l’on s’est contenté d’inventer une nouvelle dénomination pour ledit processus. Le seul élément qui reste, c’est la création d’un secrétariat permanent dont le « Processus de Barcelone » était dépourvu. Il est vrai que l’Élysée avait déjà promis ici et là des sinécures et des voitures de fonction. Toutefois, si Angela Merkel a gagné cette bataille, elle sait que ce n’est que partie remise avec le tropisme anglo-saxon de Nicolas Sarkozy.
Comment transformer un échec politique en opportunité économiqueL’Appel de Rome indique : « La valeur ajoutée de l’Union pour la Méditerranée devrait résider d’abord dans l’élan politique qu’elle devrait donner à la coopération autour de la Méditerranée et à la mobilisation des sociétés civiles, des entreprises, des collectivités locales, des associations et des ONG ». Pour comprendre cette mystérieuse phrase qui évoque une confusion entre public et privé, tournons nous vers un aspect moins médiatisé de cette histoire.
Le 19 septembre 2007, Nicolas Sarkozy confie le dossier à l’ambassadeur Alain Le Roy. À ce moment là, on parle encore de « marché commun méditerranéen ». Le Roy est un très proche de Bernard Kouchner, qui en avait fait son préfet à Pec (Sud-Ouest du Kosovo) lorsqu’il était Haut représentant de l’ONU au Kosovo.
À la recherche de projets concrets dont l’Union pourrait s’occuper, Le Roy se rapproche d’un groupe d’industriels animé par son ami, le socialiste Jean-Louis Guigou (lui-même ancien directeur de l’Aménagement du territoire et par ailleurs époux de l’ancienne ministre des Affaires européennes, Élisabeth Guigou). En février 2006, Guigou a créé un Institut de prospective économique du monde méditerranéen (IPMed). Son objectif initial était de fournir du renseignement économique à quelques grandes sociétés (Air France, Environnement, Caisse Nationale des Caisses d’Epargne, CEVITAL, France Telecom, KPMG, Laboratoires Servier, Crédit Agricole du Maroc, Danone et l’Union Tunisienne des Industries du Commerce et de l’Artisanat) et à la région Provence-Alpes-Côte d’Azur (dont Élisabeth Guigou a été élue de 1992 à 2001). Il se proposait aussi de leur ouvrir son carnet d’adresses pour les aider à conquérir de nouveaux marchés. Jean-Louis Guigou avait prévu de créer à terme une Fondation d’entreprise qui aurait pu bénéficier de certains avantages fiscaux pour financer une partie de son activité.
Malgré son titre ronflant, l’IPMed n’envisageait son activité qu’entre la France et le Maghreb. Mais l’occasion était trop belle. Le Roy et Guigou sélectionnent alors quatorze projets qui pourraient à la fois justifier de l’existence d’un organisme aussi lourd que l’Union et satisfaire les appétits des sociétés amies. La grandiose vision géopolitique d’Henri Guaino se mue en une vulgaire opération de lobbying commercial.
Tout s’accélère. Se greffant sur la fuite en avant sarkozyenne, la Fondation pour le monde méditerranéen est lancée à l’Élysée par le président de la République, le 11 octobre, à la sortie d’un entretien avec le milliardaire libano-saoudien Saad Hariri. Cependant, une fois encore, le président a mis la charrue avant les bœufs : la structure juridique n’est pas encore formée, les invités de l’Élysée se contentent de signer un Protocole d’accord [1]. On organise donc une seconde cérémonie, le 11 décembre au ministère des Affaires étrangères. C’est l’occasion pour ceux qui ont flairé la bonne affaire de rejoindre l’IPMed : Areva, SNCF, La Poste, EADS, EDF, les régions Rhônes-Alpes, Aquitaine et Languedoc-Roussillon, le groupe syrien Joud Co, Royal Air Maroc, le groupe espagnol Acciona, la société espagnole Enagas, l’opérateur Portugal Telecom SGPS, la Turkish Industrialists and Businessmen Association, la société algérienne Net-Skills, le groupe algérien Fruital, le groupe libanais INDEVCO, la société tunisienne Setcar, l’Union Méditerranéenne des Confédérations d’Entreprises, etc.
La montagne accouche d’une souris. On griffonne des projets faramineux sur des coins de table sans aucune réflexion préalable sur les problèmes politiques de la région et ses besoins économiques.
Avant toute chose, le tandem Le Roy-Guigou pousse trois projets :
Pour satisfaire Charles Milhaud [2] et les banques : création d’un institut financier qui « canalise » les 5 à 10 milliards d’euros que les immigrés maghrébins en Europe transfèrent chaque année dans leurs pays pour nourrir leurs familles ;
Pour satisfaire Gérard Mestrallet [3] et diverses sociétés : dépolluer la Méditerranée (à défaut d’être productif, c’est très tendance et ça peut rapporter gros) ;
Pour satisfaire les régions : réguler le marché méditerranéen des fruits et légumes.
Autre lobby à s’engouffrer dans la brèche : le Forum de Paris, une association créée par l’ancien président de Radio Shalom, Albert Mallet, et liée à TF1 et à Marianne. Elle organise du 28 au 30 mars 2008 un colloque haut de gamme sur le projet d’Union pour la Méditerranée. Parmi les orateurs, on retrouve bien sur Henri Guaino, l’ambassadeur Alain Le Roy, Jean-Louis et Élisabeth Guigou, Charles Milhaud, Jean-Louis Chaussade (l’adjoint de Gérard Mestrallet qui était occupé ailleurs) etc. mais surtout l’ambassadeur André Azoulay (représentant officieux du roi du Maroc) [4] et l’ambassadeur Elie Barnavie (représentant Israël). On y célèbre l’identité transméditerranéenne et l’on se gargarise avec le « Processus de paix israélo-palestinien » pour mieux faire l’impasse sur la nature du régime sioniste, la longue errance des réfugiés Palestiniens au Proche-Orient, l’apartheid en Israël et dans les Territoires occupés, la torture, les guerres expansionnistes, l’annexion des fermes libanaises de Chebaa et du plateau syrien du Golan.
Au Quai d’Orsay —en cours de « désarabisation »—, on tire la sonnette d’alarme : c’est précisément la réalité du conflit israélo-arabe qui a bloqué toute avancée du « Processus de Barcelone », et non pas l’arrogance des pays du Nord comme tente de le faire croire Nicolas Sarkozy. À l’Élysée —en cours de « sionisation »—, on invite le président à plus d’humilité : si certains chefs d’État arabes sont acquis à Israël, leurs opinions publiques ne les laisseront pas faire n’importe quoi. Plusieurs projets risquent de se télescoper [5].
Le président de la République a déjà différé son voyage en Israël de manière à ne pas irriter ses électeurs en posant aux côtés de Shimon Peres et de George W. Bush pour les 60 ans de l’État hébreu. Il s’y rendra un peu plus tard et prononcera un discours à la Knesset. Mais une position partisane trop affichée pourrait révulser les pays arabes et les dissuader de participer à l’Union.
Comment gérera-t-on le cas Bashar el-Assad ? La Syrie est un pays méditerranéen, qui plus est présidente en exercice de la Ligue arabe, elle sera donc invitée au sommet fondateur de l’Union, les 13 et 14 juillet. Mais le président Bashar el-Assad est aussi le fer de lance politique de la résistance arabe à l’impérialisme états-unien et au colonialisme sioniste. Après avoir affirmé qu’il n’était pas fréquentable, il faudra bien lui serrer la main, s’il se déplace. Comment le Protocole organisera-t-il les sièges des chefs d’État et la photographie finale ?
Surtout, le président imagine depuis un an inviter à défiler ce même 14 juillet sur les Champs-Élysées une unité de l’armée israélienne et une autre de la garde présidentielle de l’Autorité palestinienne pour symboliser la paix. Il parait difficile d’obliger les chefs d’État arabes, invités au sommet fondateur de l’Union et à ce titre présents dans la tribune officielle, à assister sans broncher à cette parade de l’armée d’occupation sioniste et de ses collaborateurs palestiniens.
À force de confondre politique et show-biz, le président français pourrait se placer lui-même dans une impasse.
[1] Cette cérémonie ratée ne figure pas sur l’agenda officiel du palais de l’Élysée en espérant que les historiens l’oublieront.| Provided by the elogicwebsolutions.com web design team. |